Ignazio Apolloni

Sulla Valle dell’Apocalisse e su Nicolo’ D’Alessandro

Sulla Valle dell’Apocalisse e su Nicolo’ D’Alessandro

Sulla Valle Dell’Apocalisse e su Nicolo’ D’Alessandro

Se il mondo è un sistema di segni, come da qualche tempo a questa parte si va sempre più sostenendo, non pare dubbio che Nicolò D’Alessandro ne faccia parte. Cosa diversa sarebbe se il mondo fosse tutt’altra cosa perché fuori del segno grafico egli non vede altro. E’ attraverso la scansione del gesto; la scalfittura del bianco operata con l’inchiostro di china; 1’evocazione di immagini dal profondo cui dare vita, che egli si esprime. Abita nelle profondità marine del pensiero o dell’amnios, indifferentemente, e da lì affiorano le figure che danno corpo e forma ai suoi incubi.

Cosa faccia di un uomo un artista non è domanda cui sia stata data definitivamente una risposta. Per la verità non si sa neanche esattamente cosa faccia di un uomo, un uomo, fuori dalla sua dimensione carnale. E’ piuttosto ai valori che egli esprime, alla scala dei valori che egli ha espresso attraverso il suo poiein che dovrebbe darsi preminenza. Se un’operazione del genere sull’essere (e non sull’avere o l’apparire) si compie si scoprirà come il mondo sia più ricco di quanto non si pensi. E come la popolazione degna di far parte di una specifica categoria di intellettuali o di artisti sia più numerosa. Nicolò D’Alessandro ha la fortuna di operare in un campo praticato da pochi. Ha per maestri i fiamminghi e per allievi nessuno che si sappia. Diffìcile infatti seguirlo quando attinge dagli inferi mostri; molto meno quando accarezza delicatamente il volto di una donna cui voglia dare sembianze di angelo. In quest’ultima frequentazione ha potenti rivali, in Italia ed all’estero contemporaneamente; nella ricerca fantasmatica e ossessiva di mostruosità invece non lo segue nessuno. Con Bruegel, Durer o Cranach il medioevo ha esaurito il suo sforzo creativo. Epigoni di quei grandi si sono avuti persino in Sicilia (si pensi alla villa Palagonia di Bagheria). Con il razionalismo francese e il positivismo inglese la Storia ha voltato l’ultima pagina di quello spaventoso periodo. E’ iniziata l’era dell’ottimismo, della costruzione sistematica di un futuro più duraturo, di un gigantismo retorico e un uso sfrenato dei mass media.

Più nessun posto dunque per i cani della coscienza, per i guardiani del bene da porre a difesa delle porte del paradiso per impedirne l’ingresso alle forze del male? Difficile dire, ancora più difficile sperare se solo si pensi alla catastrofe che ha colpito l’intera umanità durante l’ultimo conflitto mondiale. L’ecatombe di valori che si è realizzata tra il bombardamento aereo di Guernica e l’edificazione mostruosa di un monumento alla morte (il cui simbolo è tuttora espresso efficacemente dal portone, dalle torrette e dai binari che conducono all’inferno di Auschwitz) è ancora lì a ricordarci che all’artista è dato solo di rappresentare. Altrove risiedono le forze per sconfiggere nuove e ulteriori tentazioni di quel genere.

Cosa può fare però l’artista perché chi guarda abiuri, si carichi di senso morale, uccida dentro di sè il demone della distruzione e prorompa in un impeto di giocosità e fervore operativo? Nient’altro se non ciò che ha fatto Nicolò D’Alessandro con il disegnare in ottanta metri una ipotetica Valle dell’Apocalisse. Tra vulcani che vomitano fiele; frotte di questuanti e beceri; animali antropomorfizzati a dire di come l’uomo talvolta non si sia ancora evoluto, in quel disegno c’è un via vai di tensioni etiche ed esistenziali di molte generazioni aduse a stigmatizzare il male. Io non so se egli abbia letto “L’Opera al Nero”

di Marguerite Yourcenar. Tutto però mi induce a pensarlo, e soprattutto ciò mi dice il suo racconto dall’omonimo titolo “La Valle dell’Apocalisse” da cui sembra abbia tratto lo spunto per l’esplosione di tristezza, rabbia e rancore che è data cogliere nell’opera grafica.

Ma non solo di questo è impregnato il disegno perché è dato rilevare qua e là un’ironia da capestro (quando mette il capestro a personaggi illustri del nostro tempo da sbeffeggiare, da irridere) o un’ironia da metempsicosi (quando immagina una forma di redenzione attraverso un semplice travestimento dei sullodati personaggi). Con la precisione dei tratti o la vaghezza dell’accenno all’uno o all’altro di uomini che pretendono di avere fatto la Storia il Nicolò ne delinea sufficientemente la piccineria. Ben altri furono i Grandi: dell’Arte, della Poesia; della Letteratura. In politica, dopo Alessandro il macedone o Federico II forse ci sarà posto soltanto per Napoleone Bonaparte.

Conosco questo perennemente giovane artista da almeno venticinque anni. Ammirato di lui e delle cose che andava creando l’ho sentito spesso popolare i miei sogni. Non so se fosse sempre lui a tracciare le linee tortuose del mio pensiero ma sono certo che ogni volta mi sia apparso alla mente un suo disegno era come se dietro ci fosse un grande Disegno. Quel suo procedere per velocissime e nervose abrasioni della carta (per l’inevitabile graffio che vi lasciava la punta del pennino intinto nella china) acceleravano a tal punto i miei battiti cardiaci da farmi entrare subito in sintonia con lui. Fossi stato un grafico avrei anch’io segnato sulla carta miliardi di macchie longilinee e puntiformi, quasi tutte arcuate. Dovendo invece usare la scrittura alfabetica (sia pure nelle sue illimitate capacità combinatorie) ero costretto a una produzione più lenta. Dentro tuttavia mi rimaneva l’angoscia del non riuscire a dire: quella che trasforma un qualsiasi autore in una sorta di cavaliere dimezzato, se non addirittura in un cavaliere inesistente a causa delle molte cose che non hanno avuto lo sfogo della creazione.

C’è però qualcosa di cui deliberatamente non ho mai scritto, e cioè la morte. Non l’avevo fatto prima, ancor meno pensai di farlo allorché per un puro caso mi trovai dentro il museo Abatellis di Palermo, a guardare il suo Trionfo rappresentato -su una parete affrescata di quel museo- da uno scheletro e tanti cavalli pronti a schizzare via dalle tenebre (forse come atto liberatorio e forse per paura). Ero terrorizzato. Non tremavo solo perché avrei avuto vergogna di farlo. Accanto a me un asciutto signore, poco più che un ragazzo mi dichiara la sua irresistibile attrazione per la trasfigurazione della carne in ossa, per il biancore delle ossa ben tornite contro il nero di fondo. Solo entrando nello Yad Vashem di Gerusalemme e percorrendo silenziosamente i corridoi segnalati dalla fioca luce delle candele accese (mentre una voce femminile e una maschile scandiscono i nomi di milioni di vittime del nazismo) ho provato un orrore più grande. Quella visione in me ha bloccato il processo dissociativo (per il quale ad una certa età si comincia a parlare della fine). Per Nicolò avrà invece svolto una funzione esoreistica ed ecco perché -a partire dal ritrovamento del bucranio a Godrano- ha cominciato a evocare i mostri altrui cui dare diversa e più moderna parvenza.

Il “Giardino delle Delizie” e “La nave dei folli” sono tra le massime espressioni della sua genialità, al limite di una follia controllata, perchè corretta da un intervento evolutivo del subconscio. Le frammentazioni, le segmentazioni, la costante vivisezione che egli aveva fatto prima di allora di figure o di composizioni nate corali finalmente di organizzano e si compongono. Nasce così, e finalmente, l’opera compiuta. Non più gesti isolati ma poemi. E’ qui che egli comincia a rivelare la maestosa grandiosità, la prorompente vitalità, l’acutezza visionaria che fanno del racconto “La Valle dell’Apocalisse” un grande affresco, e dei corrispettivi ottanta metri un grande poema (a volte un tantino farsesco).

C’è comunque dell’altro nella sua enciclopedia, non solo il thanatos dunque. Da qualche tempo spazia sempre più spesso sul terreno muliebre per apprezzarne il fascino e il piacere di figure tra oniriche e reali. Coltiva l’eros intellettuale con la stessa intensità di un George Bataille o un Michel Foucault; disegna donne sdraiate, un tantino lascive, come soleva fare Paul Delvaux. Il massimo della grazia tuttavia lo esprime quando lascia assorbire dal mistero gli occhi di una donna o quando ne ricopre il capo di una capigliatura densa di rimandi alla magia cabalistica. Non conoscendo alcun limite la sua fantasia può spaziare dalla concupiscenza alla icastica, dalla giullarata alla favolistica, dal misticismo all’epica. Una menzione a parte meritano i turbanti e le acconciature delle sue donne, più simili a quelle di Giotto che a creature terrestri.

C’è un ricordo, ormai lontano nel tempo, che ci accomuna. Cinque poesie illustrate con tale maestria da denotare già da allora il futuro maestro. Che si sappia è ineguagliato. Affermo con assoluta certezza che è ineguagliabile.

Mite; più spesso sorridente e molto spesso sornione; multiforme nella creatività e uniforme nella vita (per il culto degli affetti profondi e

sinceri che nutre per alcuni vecchi amici come me o Nat Scammacca). Disposto a dire il bene del meglio o viceversa (come è il caso di Michele Perriera, misterioso e complesso regista teatrale di Palermo cui spesso ha offerto il meglio della sua sapienza scenografica o grafica) Nicolò D’Alessandro è molto meglio conosciuto all’estero che non in patria. Sarà perché l’inusuale attrae più frequentemente coloro che non si trovano a loro agio nelle regioni che abitano o da cui dovrebbe trarre linfa la loro cultura, ma è sicuramente così. Chi è pacificato con il proprio ego, che riceve il calore -sia pure a tratti- del sole mediterraneo (e anche Trieste è bagnata dall’uno e dall’altro) non sente l’urgenza spaventosa degli anfratti o dei crepacci. Cosa faccia di un artista come lui, vissuto tra la Libia e Agrigento, un demone anarchico, un irripetibile eccentrico rispetto alle forme più conosciute è davvero un mistero. Se l’estetica può spiegare il divenuto solo la genetica avrebbe potuto spiegare il divenire.

Ambivalente e ambidestro (per l’uso indifferente che può fare dell’una o dell’altra mano); polivalente ma omogeneo in ciascuna disciplina della quale si occupa; rivoluzionario senza cedimenti nei confronti dei massimi e minimi sistemi, ripudia le ideologie come ossificazione delle idee. Il fluire delle sue parole è un torrente che in mancanza di sbocco al mare (le finestre di casa sua vengono rigorosamente tenute chiuse durante le visite di amici o curiosi) sembra trasformarsi in pioggia torrenziale, e quindi in una sorta di inondazione da monsone. Si esce da quell’oasi di cultura e sapere sapendo di saperne di più su ciò che si è visto e udito ma … udite , udite, con l’udito desideroso di riposo. Può parlare per ore, può tacere per non più di due minuti: giusto il tempo di andare a prendere un album di originali (nel duplice senso di esemplari unici e inimitabili) o altri originali estratti da un cassetto. Frattanto l’occhio avrà spaziato da una collezione di bicchierini da rosolio a una di cucchiaini di argento da caffè. Alle pareti -imprevedibilmente- qualche dipinto a olio di un santo, o sfrangiate riproduzioni sottovetro di celebrazioni liturgiche. Con un busto altresì di Pirandello a fare la guardia a tanto ben di Dio.

Se la funzione di uno scritto come questo serve a fare conoscere un artista spero di esserci riuscito (almeno in parte). Se non ci sono riuscito spero di avere suscitato sufficiente curiosità da desiderare di approfondirne la conoscenza. Cosa possibile se si riesce a stargli vicino per un quarto di secolo. Tanti sono gli anni che conosco ed ammiro Nicolò D’Alessandro.

3.10.1997

Ignazio Apolloni

 

 

 

 

 

 

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