LITERARY WRITINGS di Nat Scammacca non affidati ad alcuna casa editrice

LITERARY WRITINGS di Nat Scammacca non affidati ad alcuna casa editrice

Estetica Filosofica Populista dell’Antigruppo Siciliano

“La Repubblica”: “Il Venerdì” de! I agosto 1996.
Capolavori dell’Arte politica italiana: “Tutti al centro”, perciò, forza CENTRIPETA.
Il disegno ovviamente è copiato da quello di Nicolò D’Alessandro sulla copertina di “Trapani Terza Pagina ” Antigruppo 75.
Unica differenza tra i due disegni, oltre la data di stampa, è che uno rappresenta la forza CENTRIFUGA e l’altro quella CENTRIPETA.

LITERARY WRITINGS di Nat Scammacca non affidati ad alcuna casa editrice

1° volume – Estetica Filosofica Populista dell’Antigruppo Siciliano.

The Populist Philosophical Aesthetics of the Sicilian Antigruppo

2° volume – «L’ALTRO LIBRO», romanzo o gli Impossibili Rapporti di un Autore Siculo-Americano con la Casa Editrice Bompiani di Milano.

«THE OTHER BOOK», a novel or the Impossible Relationships of a Sicilian-American author with the Italian mass-media publishing house, Bompiani.

3° volume – Saggi di Critica Letteraria della Poesia Italiana.

Essays of Literary Criticism Regarding Italian Poetiy.

4° volume – Saggi di Critica Letteraria della Poesia Americana.

Essays of Literary Criticism Regarding American Poetiy.

5° volume – Polemica Siciliana dell’Antigruppo nei rapporti con gli Italiani d’avanguardia. Gruppo 63.

Sicilian Antigruppo Polemics with the Italian Avant- garde, Gruppo 63.

6° volume – Esame letterario de «GLI EREDI DEL SOLE».

A Literary Perusal of «THE HEIRS OF THE SUN».

7° volume – L’Odissea a Drepanon, Sicilia Occidentale. The Odyssey at Drepanon in Western Sicily.

8° volume – Origine dell’Idioma Siciliano nella Sicilia Occidentale.

The Origin of the Sicilian Idiom in Western Sicily.

9° volume – Altri Racconti Editi e NON Editi Other Unpublished Stories.

«L’ESTETICA FILOSOFICA POPULISTA DELL’ANTIGRUPPO» è stata pubblicata in 23 puntate, dal 10 maggio 1979 al 5 giugno 1980, sul settimanale TRAPANI NUOVA.

Sulla Rivista IMPEGNO 70 ne era stata pubblicata una sintesi nel 1977.

 

Ogni generazione svuota il discorso letterario o politico della generazione precedente, oppure lo fa suo adattandolo a propria immagine.

Naturalmente si tratta di vedere l’attività dell’uomo in maniera ottimista fidando nel fatto che mentre le condizioni e le relazioni dei rapporti umani restano tali e quali – gli aggressivi sopra, i deboli sotto – le soluzioni migliorano.

Il pericolo sta nel confondere questo sviluppo positivo, o positivo nella sua negatività, seguendo falsi ideologici i quali tentano di svuotare buoni sistemi precedentemente creati, che come tutti i sistemi – vedi per esempio il marxismo – oltre che pregi hanno anche difetti che, però, potrebbero andare corretti. Questi ideologi, sostenuti dalla stampa del potere, usando falsamente espressioni popolari come il marxismo, il mazzinianesimo, l’anarchismo, affermano che il rosso è nero, e il nero è rosso. Lodano il migliore e emarginano le masse, annullando la loro esistenza sociale, sottolineando negativamente quei lati che un populista reputa positivi. Essi sono i Nietzchiani mascherati, che esaltano l’unità, il forte e il migliore, disprezzando ogni diversificazione e ritenendola fonte di vari mali capaci di indebolire il governo. Ma un governo debole, bisogna ricordare, mi garantisce la libertà, proprio quello che il potere non vuol darmi e che è pronto a togliere anche con legine truffa che cercano di limitare le diversificazioni e le diverse espressioni ideologiche.

È facile parlare e scrivere di populismo, è facile imitare il tono e l’attitudine populista. Ma è difficile trasformare in azioni le parole mettendo in pratica onestamente gli ideali di populismo; infatti la loro realizzazione sarebbe un vero attacco alle strutture di tutto l’establishment, delle sue istituzioni e delle persone che le controllano a tutti i livelli della vita sociale e culturale.

Per praticare l’etica populista è necessario essere indi- pendenti e cercare di allontanarsi sempre più da ogni CENTRO (organo di controllo) dando valori concreti a misure che non sono quelle da sempre accettate.

Ad esempio, chi è un vero operatore culturale? Colui che scende in piazza a discutere direttamente con le masse, colui che recita le proprie poesie davanti a cittadini, operai, casalinghe, bambini che schiamazzano in un giorno di festa locale, contento di ottenere un minimo consenso da un uditorio tanto eterogeneo? Colui che si muove, parla, gesticola come il popolo che lo ascolta? Colui che crede nei valori dell’uomo semplice incoraggiando il «piccolo» a rimanere genuino nella sua «piccolezza», amando tutto ciò che gli eletti odiano e rinnegano?

Oppure colui che dalla torre di controllo dell’establishment, ricco e potente scrittore, conosciutissimo e ammira- tissimo, seduto in una poltrona, chiave del potere culturale, servendosi di inimmaginabili privilegi economici e sociali, si mette a dire alla stessa maniera dell’uomo comune «Ho fame» mentre tutti sappiamo che egli mangia e il suo stomaco è sempre pieno?

Troppi ingenui applaudono un personaggio simile dalle platee dell’inattività e della non partecipazione, ma non un populista il quale quando dice: «ho fame» è veramente arrabbiato in quanto ha proprio fame. E quando dice: «Diamo la stessa paga a tutti e che i deputati guadagnino quanto un qualsiasi operaio perché tutti mangiamo lo stesso pane e nessuno in un vero stato democratico deve avere dei privilegi», dice questo da una posizione di non privilegio. Soltanto individui privi di etica e di moralità approfittano del potere, della loro posizione per prendere più degli altri.

Populismo è populismo solo se si tratta di espressione o di atteggiamento del povero e non del borghese benestante; espressione locale che è particolare e diversa, vera espressione della periferia.

È necessario che venga dato il vero significato alla parola populista dato che i critici usano tale parola con disprezzo; essi si rifanno a un significato del passato quando populismo significava falsa espressione perché atteggiamento sostenuto da un borghese il quale, sentendo un certo disagio per la sua posizione di privilegiato, cercava di proiettarsi in progetti di cambiamenti sociali in favore del popolo; cosa impossibile perché la realizzazione di tali cambiamenti avrebbe messo in pericolo la sua posizione di privilegiato.

Quella volta, infatti, il popolo non poteva esprimersi, perché non sapeva leggere e scrivere e dunque gli veniva a mancare qualsiasi possibilità di partecipazione.

Invece ora tutti sappiamo leggere e scrivere, ecco perché la parola populismo acquista oggi un altro significato.

Certamente l’osservatore attento può notare come il CENTRO cerchi di trasformare il populismo e i suoi valori di unicità pluralistica in espressioni generiche, anche distruggendo la lingua locale e diversa che è quella parlata dal popolo. In Sicilia unica àncora di salvataggio per la lingua locale sono le varie radio e televisioni libere che fino a questo momento sono state veramente libere.

Ovviamente è chiaro che il CENTRO escogiterà il metodo di metterle a tacere – basta per questo una legina che regoli i permessi.

Ci sono tre maniere per distruggere le diversità nelle comunicazioni di massa che resistono al centro: 1) poco alla volta i cittadini più facoltosi monopolizzano il tempo e lo spazio; 2) i partiti centrali comprano le radio; 3) l’establishment delle comunicazioni di massa con i tentacoli degli industriali, delle multinazionali entrano a far parte di ogni TV locale. È avvenuto negli Stati Uniti, perché non potrebbe accadere pure qua?

Poiché le nostre azioni, le nostre esperienze, i nostri atteggiamenti formano la nostra maniera di vita, a livello sociale ed economico, se dovessimo cedere la nostra cultura locale di provincia davanti a quella dell’intera nazione, per forza perderemmo la nostra libertà e tutti dovremmo camminare o correre, trottare o galoppare come vuole il Centro usando soltanto la sua lingua generalizzata e le sue scelte di espressioni che sono la sua cultura e non la NOSTRA.

Insistere sulla lingua parlata alla base e alla periferia è un atteggiamento populistico ed è un più sano proposito di creare una lingua ex novo come gli scrittori d’avanguardia hanno proposto.

La storia ci insegna che solo il popolo crea i cambiamenti della lingua e non i gruppi letterari come quelli, ad esempio, di Alfabeta, rivista d’avanguardia di Francesco Leonetti, Nanni Balestrini, Antonio Porta e Umberto Eco.

Questi duci d’avanguardia pur avendo in mano i grandi mezzi di comunicazione non riescono a cambiare una virgola dell’espressione linguistica del popolo come può fare un ragazzino giocando sui marciapiedi e contribuendo a modificare il gergo.

Da «Poesie Elime» (a H. M.)

Quando ero capretto / sulle strade di New York, di «Bruccolino», / non conoscevo la lingua, / tu sai cosa voglio dire, / giovane e tutto. / Bene, dovevo trovare le parole / non conoscendo la lingua che voi esperti conoscete / quella del dizionario, / ma sapevo ciò che volevo dire / potete scommetterci la vita. / E se ritorno a Brooklyn / troverò ancora ragazzi capretti che gridano / centinaia delle mie parole / delle nostre parole, delle giuste parole.

II

L’establishment preferisce che il mezzo linguistico di comunicazione venga appiattito e generalizzato e che diventi forma per raggiungere tutte le periferie e sopprimere tutte le espressioni linguistiche delle stesse periferie. Sempre presente il disprezzo che il centro ha per la periferia e perciò per l’espressione locale, disprezzo che, per bisogno di controllo, prende anche l’aspetto di paternalismo.

Si dice che le espressioni linguistiche periferiche debbano essere utilizzate per rinnovare il ceppo linguistico della lingua nazionale; allora, un cedimento verso la periferia solo per ragione pratica senza alcun rispetto etico. In tale atteggiamento non esiste nessun principio democratico, nessun rispetto del grande verso il piccolo, ma solo convenienza per il grande a discapito del piccolo. Non si ammette che il grande e il piccolo possano convivere gomito a gomito: il piccolo esprimendo se stesso indipendentemente dall’influenza che potesse esercitare su di lui il grande.

Questo avviene su tutti i livelli di vita: cultura, politica ed economia.

Basta voler essere indipendenti e tendere alla direzione opposta da chi opera al centro, basta appigliarsi ai valori che non siano quelli già accettati, perché il centro si mette in opera per annullare l’essenza del tuo discorso. L’establishment è capace in questo caso, di sposare anche le tue espressioni pur di svuotarne il contenuto. Prendiamo ad esempio il termine populista. Populista è colui che fa populismo. Populismo è un discorso di espressione locale a ogni livello. Nel campo linguistico significa scendere dalla lingua nazionale a quella regionale; da quella regionale a quella parlata in famiglia, andando, perciò, dal generale al particolare. Oggi, si mira tutti alla generalizzazione; si cerca in ogni modo di sfuggire alla cultura locale e, nel nostro caso, alla cultura del meridione che la gente bene e colta si trascina dietro come una palla al piede e come una remora che rallenta la corsa della cultura del Centro, ignorando 1’esistenza delle varie correnti culturali di un Paese. Osserviamo l’Italia, a Nord esiste una cultura prettamente gallica, mentre nel Sud predomina la cultura greco-araba-ispano-sicula; la stessa vita che conduciamo, il nostro comportamento si riflettono nella cultura, nella politica e nell’economia.

E ribadendo sulla cultura locale, noi della Sicilia, possiamo annoverare negli ultimi cento anni della nostra cultura i poeti Micio Tempio (Catania) e Giuseppe Marco Calvino (Trapani) che usarono la lingua siciliana del popolo e i suoi contenuti per dissacrare e smitizzare la cultura italiana del centro. Santo Cali e Nino Pino l’hanno riesumati per portarli all’attenzione della nuova area culturale siciliana. Più vicini a noi, nel tempo. Verga, Pirandello, Vittorini hanno raggiunto il livello culturale nazionale, perché? Perché non hanno usato la lingua dei personaggi che descrivono, ma quella lingua nazionale più fruibile e accettata dalle grandi case editrici. Immaginiamo, ora, il valore delle opere di Pirandello e di Vittorini se essi avessero scritto in lingua siciliana e in quale considerazione sarebbe stata presa la cultura siciliana, capace di esprimere due grandi scrittori come loro. Ma i due hanno tradito le proprie origini oltre che i personaggi che hanno dato vita alle loro pagine.

Un orientamento assolutamente sbagliato che, in un anelito di collaborazione con gli altri popoli, ma sempre condizionati alla cultura del ventennio, ha accantonato quello che di vero e di genuino c’era nei loro libri: il popolo siciliano. Ma come si può ignorare il popolo quando si parla di una cultura che da esso ci viene?

Ed ecco che negli anni ’63 in Sicilia vengono pubblicati da Antonno Uccello e per una piccola casa editrice siciliana «Libri Siciliani» i Canti Siciliani dei carcerati, ma poiché si tratta di cultura del meridione vengono relegati nel campo del Folklore.

Nessuna antologia riporta brani di Tempio, di Calvino o di Antonino Uccello; e in un mondo pieno di fumetti pornografici nessuno cerca di parlare dell’operazione Tempio- Calvino perché ritenuti, forse, poeti sconci.

Ili

Anche la scuola è articolata ad ordinamento centrista e organizzata in modo che «coloro i quali acquisiscono la possibilità di insegnare», siano appartenenti alla piccola borghesia che di proposito rinnega i valori tradizionali della propria terra, che rigetta le proprie origini contadine e, in parte, anche il proprio linguaggio. Da Palermo, la capitale, si può assistere ogni mattina alla partenza di centinaia disegnanti che invadono le frazioni e i paesi del- l’hinterland; sono maestri o professori i quali cercano con ogni mezzo di propagandare la cultura centrista e di scoraggiare l’alunno ad esprimersi col suo linguaggio. Essi sono i difensori e i distributori della cultura italico-longobarda che caratterizza ogni scuola superiore e tutta l’università italiana.

La scuola, così com’è, dunque, è una nemica della Sicilia e del siciliano. Rappresenta il simbolo di una pesante mano che ha schiacciato e continua a schiacciare il siciliano spingendolo al rango di analfabeta. E il siciliano sente questo despotismo, in lui cresce l’odio verso una simile scuola che le è nemica e, cercando di rimanere se stesso, resiste evadendo l’obbligo scolastico, e per scansare la mortificazione di essere bocciato solo perché non riesce ad esprimersi in una lingua imposta dal docente, il quale essendo siciliano e leggendo in classe ogni tanto un libro di un autore siciliano, capitatogli in mano per caso, s’illude di fare cultura siciliana. Ma qual è lo scrittore che viene letto e prescelto da un establishment italiano se non quello che ha rinnegato di essere siciliano?

È il caso di Leonardo Sciascia, letto moltissimo in questo periodo, come risulta dal Giornale di Sicilia del 10 giugno 1979. anche in Francia dove, s’intende, si è inserito tra gli eletti. Egli da buon insegnante elementare siciliano ha seguito l’iter di tutti quei piccoli borghesi che, sganciandosi dalle tradizioni, tendono di salire la china. Salire, infatti, significa, secondo gli insegnamenti ricevuti a scuola, tendere verso il meglio, verso il Nord, lasciarsi alle spalle la sicilitudine; scendere, invece, è avvicinarsi al popolo, conoscerlo e vivere con esso ed essere dunque populista.

Quanto esporrò in seguito sull’atteggiamento dei siciliani, sarà in netto contrasto con quanto asserisce Leonardo Sciascia quando parla della Sicilia come di un grande deserto dove tutto rimane sempre com’è perché è nella volontà del siciliano che le cose debbano restare tali e quali come sono (vedi Le parrocchie di Racalpietra). In questo caso Sciascia si dimostra un populista di vecchio stampo, quel piccolo borghese cioè che per scrupolo di coscienza difende il popolo badando bene, però, di non fare alcun sacrificio e, proteggendo sempre i propri privilegi, rimane in tal senso il primo della classe. Lo vediamo infatti quale rappresentante politico e fruitore delle grandi case editrici perché dice e scrive ciò che i mass-media ripetono e che il Nord vuole sentire.

Bisogna ammettere, però, e ciò è da ammirare, che per quell’anima siciliana che egli tenta di nascondere, è pronto a dare un po’ d’aiuto a qualcuno, come nel caso di Crescenzio Cane o come quella volta che stilò le due paginette di prefazione per il volumetto «Una Stagione d’Amore» antologia di Rolando Certa, Gianni Diecidue e Nat Scammacca. Il tutto fatto con un sorriso sornione e un piacere di guardare dall’alto che gli viene proprio da quel- l’essersi sentito sempre uno che fa parte degli eletti sin da quando aveva acquisito il diploma magistrale.

Anche se nell’ultima intervista riportata dal Giornale di Sicilia dichiara di sentirsi uno scrittore italiano, egli non può non ammettere che, se è uno scrittore letto, lo è proprio non per la sua eccezionalità di scrittore, ma perché è veramente siciliano, cosa che non può camuffare. Egli ha il fiuto di ogni buon siciliano, e sa essere sempre dalla parte di quelli che manovrano le redini, sceglie il momento giusto per farsi eleggere come comunista indipendente e il momento ancora più giusto per accettare l’invito di Marco Pannella finendo così rappresentante al Consiglio d’Europa.

IV

Il povero «viddanu» o il sottoproletario di Palermo o di Catania, trattato sempre con sufficienza dai docenti italianizzati, rimane un «drop out», un evasore dell’obbligo scolastico; e questa sua resistenza, questo non lasciarsi manipolare è una forma di vendetta che gli permette di rimanere veramente siciliano. Ne risulta, però, che la sua cultura, poiché strettamente siciliana, viene relegata nel campo del folklore perché, come dice il Dubray, non ha un largo uditorio, non è capace di influenzare su largo raggio. Personalmente dissento da Dubray in quanto sono del parere che parlando a un uditorio locale si può fare cultura a dispetto di quella centralizzata dei mass-media.

Immaginiamo cosa succederebbe se un canale televisivo con la potenza di raggiungere tutti i punti della Sicilia si mettesse a trasmettere i testi siciliani di Santo Cali, testi scritti in autentica lingua siciliana che respinge quella diluita e italianizzata usata da Ignazio Buttitta. Sono sicuro che in poche settimane i siciliani ritornerebbero tutti a parlare la loro autentica lingua. Ho potuto notare che i siciliani riacquistano velocemente la loro cultura per quel processo naturale che è più facile scendere che salire; infatti si è avuta l’accortezza di insegnare al siciliano che ritornare a parlare la propria lingua significa scendere, e geograficamente e socialmente, mentre parlare l’italiano è indice di salire, proiettarsi cioè nella cultura italiana del Nord. E quando un siciliano torna da Milano o da Torino esprimendosi con l’accento nordico ivi acquisito, ciò non significa che egli abbia cambiato il suo modo di vedere il mondo; egli ha una struttura che gli permette di vedere il mondo da una data angolazione che non sarà mai di un altro che non sia siciliano. Dunque è inutile per un siciliano camuffarsi da italiano come fanno ad esempio quelli della Palermo bianca.

Per quanto esposto sopra, la cultura così detta folk va esaminata profondamente perché non si tratta solamente di un fatto di lingua, ma soprattutto della maniera di vedere e di pensare che il docente italianizzato inculca nella gioventù falsificando e travisando soprattutto i fatti storici su come si è comportato il popolo siciliano e come ha espresso la sua volontà nei vari stadi storici della sua terra.

Esempio: il docente siciliano insegna attraverso libri di storia italiani che parlano di fatti accaduti nella sua «terra» che hanno portato all’unità della «patria» e dice che i Mille vennero a dare la libertà in Sicilia. Alleluia! Alleluia! I siciliani tutti felici e contenti corsero a unirsi al regno sabaudo, tutti cantavano «si scopron le tombe» portando acqua al mulino dei Savoia, al re di Torino, di Firenze e poi di Roma. Ma la massa dei siciliani sapeva che esisteva una città che si chiamava Torino? E se lo sapeva che importanza poteva avere appartenere a una nazione italiana?

Perché i siciliani corsero incontro ai Mille e a Garibaldi? Per diventare poi pecore di Agnelli? No. I siciliani di allora avevano sperato che Garibaldi fosse stato l’eroe che li avrebbe aiutati ad impossessarsi delle terre che essi lavoravano e non potevano chiamare proprie; che fosse venuto in Sicilia per dar loro una mano a cacciare i padroni.

Perché Pietro e Gaspare Di Giorgi, zii di mio suocero, partirono da Paceco verso Calatafimi a combattere con i Mille nella conquista della collina? Per portare altre terre al regno di Savoia o perché sentivano il bisogno di distruggere il feudo degli aristocratici e il potere che li schiacciava? Quanti fatti mai scritti nella storia! Una famiglia abbandonata per andare a combattere con i Mille, due fratelli giovanissimi che vogliono dare una mano per cambiare le cose, uno che muore sotto il fuoco dei Borboni, l’altro che impietrito dal dolore impazzisce e muore dopo tre giorni.

Cosa è successo a questa storia antistoria – fatti di famiglie siciliane che non fu mai scritta dagli storici borghesi e benpensanti i quali niente avevano avuto in comune con quella plebaglia siciliana che gridava: Terra, terra, terra”. E solo per caso attraverso la penna di Verga si parla della ribellione di Bronte, e se ne parla quasi come di un fatto sporadico quando invece risulta da recenti ricerche che la Sicilia dell’ultimo 800 fu tutta un fermento di ammutinamenti, di ribellioni e di rivoluzioni perché i Siciliani si sentirono traditi dai Mille e da Garibaldi, quel Garibaldi che il mio trisavolo andò ad incontrare a Partanna e che i picciutteddi eludendo la vigilanza materna, andarono a vedere camminando da Partanna a Salemi – sono fatti che si raccontano nella mia famiglia perché il nonno di mia moglie, nonché mio bisnonno per un complicato legame di parentela, Salvatore Catalano, scappò di casa per conoscere Garibaldi, colui che doveva «assicuta- ri» dalla Sicilia «patruna e parrini». Che cosa  speravano i siciliani da questo sbarco in Sicilia se non l’avverarsi di quei cambiamenti che li avrebbero portati a vivere a livello di dignità umana?

«Quando comincerà a dividere i feudi e i beni di quei preti che hanno spadroneggiato come i nobili?». Queste erano le domande che si ponevano i siciliani e alle quali Garibaldi rispose andando a incontrarsi con Vittorio Emanuele II a Teano, volendo dire che era venuto in Sicilia per sovvertire un potere e sostituirlo con un altro dello stesso stampo. In verità i siciliani capirono subito che Garibaldi li aveva traditi, egli era uno del Nord, venuto come tanti altri ancora a manipolarli. I siciliani si ribellarono, e non solo Bronte, ma altri paesi ebbero il loro momento di lotta e di resistenza. E vennero i soldati sabaudi a sparare sulle folle inermi che volevano terra, lavoro e pane.

La storia vera di quegli anni è ancora da scrivere, perché è chiaro che nello scrivere contano le prospettive di chi racconta, e che altra prospettiva potevano avere allora quelli del Nord che s’interessarono ai fatti di Sicilia dal 1860 al 1894.

Che importanza poteva avere per loro dire che all’epoca dei fasci siciliani, quando i siciliani chiesero ancora una volta la terra ai grandi proprietari terrieri, questi rispondendo attraverso i fucili dei soldati del re di Savoia, uccisero, tra i tanti, uno dei fratelli della nonna di mia moglie. L’odio per il re di Savoia, in Sicilia, continuò anche quando l’Italia unita dichiarò guerra agli austriaci per «liberare» Trento e Trieste.

«Ma noi non volevamo essere liberati, signora maestra, noi siamo slavi non italiani, signora maestra». Sono parole di gente delle campagne di Pola che mia suocera (sorella di mio nonno) si sentì dire quando andò ad insegnare loro l’italiano. Ma nemmeno i siciliani avevano intenzione di andarli a liberare. Non c’era siciliano felice di partire per il Carso e, infatti, mio zio Natale Faraci non partì. Si sparò un colpo al piede per farsi riformare. Poi fu accusato di essere evasore dell’obbligo, pardon,di essere disertore: la giustizia sabauda lo perseguitò ed egli fuggì in America.

Per il Nord, la storia è quella che interessa il Nord. I siciliani sono una razza diversa che niente ha in comune con quella nordica, bastò solo coinvolgerli nella gloriosa lotta per l’unità d’Italia, non altro. Mentre, come dice Santo Cali, “le lacrime scorrono attraverso il tempo giù per le pietre dei feudi, unica umidità a saziare l’aridità delle stoppie scotte di sole”.

Sto cambiando qualcosa nel raccontare i fatti? Non credo, perché io, pur trovandomi limitato dal mio stato di siculo-americano e perciò emarginato dalla cultura italica, sono l’erede diretto di quei siciliani che non sapendo né leggere né scrivere la loro storia, di quei siciliani che per il benessere portato in Sicilia dallo stato sabaudo furono costretti a emigrare e a operare e vivere in un’altra parte della terra dove il popolo americano commetteva lo stesso delitto dei Savoia contro i siciliani imponendo una lingua e una cultura anglosassone e costringendoli a dimenticare chi erano.

La storia dell’umanità è piena di inganni perpetrati da un popolo contro un altro popolo e tra questi inganni uno che primeggia è quello perpetrato nei confronti del popolo siciliano da Garibaldi e dai Savoia.

Ecco perché io non posso considerare i miei avi italiani ma solamente siciliani. Essi, infatti, si ribellarono e preferirono emigrare piuttosto che rimanere asserviti al re piemontese. E con i miei nonni milioni di siciliani fecero la stessa scelta: piuttosto che morire di fame ed essere servi, meglio sdradicare le vecchie radici e andarsene altrove.

Fu così che tornato dopo tre generazioni in una Sicilia ancora martoriata dai malgoverni ma un po’ più italianizzata, io sapevo soltanto dire «buccetta» e «tuvagghia».

V

È convinzione di molti che la realtà è la sostanza artistica della poesia. Ciononostante molti critici sono del parere che un poeta per superare certi limiti, deve puntare verso l’ideale se vuole comporre un lavoro artistico. Da ciò si potrebbe desumere che l’ideale è qualcosa al di fuori delle realtà. Allora, volendo raggiungere alti livelli artistici si è costretti a falsificare la realtà.

Si può anche desumere che l’ideale si trovi in qualche paradiso lontano dal poeta, raggiungibile solo per speciale intuizione o per miracolo.

Oppure, utopisticamente, si può pensare che l’ideale stia sempre nel futuro e non nel presente. Ma l’artista che vede chiaro il presente è capace di discernere la direzione che il presente prende nel divenire futuro e perciò non come presente e futuro distinti e separati, ma come presente che per evoluzione diventa futuro dando così a questo processo evolutivo un senso di realtà per cui ciò che noi ora consideriamo utopistico, domani è realtà.

Affermo, dunque, anche se certi scrittori vedono l’ideale fuori dalla realtà e dal futuro, che l’ideale si può trovare nella realtà; esso è struttura stessa dell’esistenza, delle cose uniche e particolari. Si trova nel movimento nello svolgere ed evolvere delle cose tutte relative.

C’è nella realtà ciò che è più conveniente e ciò che è meno conveniente. La realtà indica una direzione di svolgimento che è intrinseco elemento delle cose in sviluppo e perciò, se l’ideale non fosse già nella realtà, non potrebbe svolgersi. Il seme diventa albero. Nel seme c’è dunque la realtà dell’albero, un incatenarsi di avvenimenti che devono per forza svolgersi facendolo diventare immancabilmente un albero; non per un ideale che sta fuori dal seme, ma per la realtà e le relazioni e interrelazioni insite nel seme stesso. Se quell’ideale non fosse in quel seme stesso, in verità, non ci sarebbe nessuna speranza. Come già ho spiegato nei miei 21 punti di Polemica Aperta, anche in quella parte di realtà brutta può esserci una bella verità. Due volte falsa, e orrendamente brutta, una bruttezza non vera e non reale, allorché un poeta descrive una cosa brutta mai esistita e perciò non vera. L’artista che di proposito falsifica la sua opera pensando che si tratti del modo migliore per raggiungere il suo uditorio e gioca e giostra con i suoi lettori, intrinsecamente svia il suo uditorio dalla verità. Varie sono le vie per raggiungere la porta della propria casa; si può girare tutt’attorno all’isolato, oppure andare direttamente alla porta per la strada più breve; fare ciò non significa falsificare le cose.

Anche i metodi dell’artista per raggiungere la verità sono innumerevoli ma l’artista tendendo al suo scopo dovrebbe usare la strada più breve per raggiungere quella realtà nella maniera più semplice. Così facendo, gli rimarrà più spazio e più tempo per dire ancora di più.

Troppo spesso noi prendiamo per vero quel non vero che dice l’artista; allora rimaniamo confusi, perché quell’artista mentre dice il falso sta pensando al vero. Ovviamente, riuscire a indovinare, dopo aver scoperto l’inganno, qual’è la verità che egli pensa, resta nel mondo delle congetture. Purtroppo l’inganno si ripete spesso nei tempi in cui l’artista non ha più da dire o è troppo confuso o cerca d’ingannare se stesso perché pensa che la sua verità non sia espressione artistica; in tutti questi casi, lo scrittore si nasconde dietro un paravento di parole o di immagini irreali ed è difficile sapere cosa egli veramente stia pensando mentre scrive.

Si può anche pensare che l’artista non descrive il vero perché non lo conosce o non lo descrive perché, conoscendolo, vuole camuffarlo.

Solo per gli altri un individuo può tentare di dare un valore superiore al non vero piutosto che al vero, ma mai per se stesso.

Non so dove e quando, ma mi ricordo di aver scritto anch’io che per me Pablo Picasso ha ricevuto troppo riconoscimento per le sue opere di specie avanguardistica. Egli, sicuramente, fu consapevole dell’espressione di dismisura data da lui stesso all’irreale.

Qualcosa del suo irreale, indubbiamente, può piacere, ma dobbiamo stare ancora più attenti per sapere se noi stessi come interlocutori non ci stiamo avvicinando all’orlo della pazzia.

Cosa significa una descrizione artistica più vera del vero?

Cioè, si tratta della trasformazione del vero, facendolo risaltare sotto una forte luce stilistica o una densità linguistica o sotto una dimensione che arriva quasi al di là della terza dimensione. In ognuno di questi casi, la base è la verità, sebbene sono sempre della convinzione che il compito più difficile dell’artista sia quello di lasciare le cose descritte nel proprio ambiente e con una adeguata espressione linguistica senza alcuna esagerazione selettiva.

E quando la verità non è la propria verità, ma la verità di un altro, può essere verità la sua descrizione?

Io, francamente, non sono molto sicuro, ma posso affermare che solo la mia verità è quella sicura. La verità dovrebbe certo nascere da altre verità. Molti potrebbero dirmi che la verità non fa andare avanti un discorso positivamente e che davanti a certi avvenimenti veri rimaniamo indifferenti. L’indifferenza, sicuramente, non può sussistere se quella verità descritta ha radici nella nostra verità che è unica e particolare. Quando questa verità è radicata negli interessi umani dell’individuo sarà sicuramente una verità energetica che illuminerà il lettore con facilità.

VI

Credo che ogni cosa esistente al mondo sia particolare. Non si può perciò parlare di identità assolute o universalità delle cose e degli esseri viventi. Io sono diverso da chiunque altro che esiste. Chiunque voglia insegnarmi a ignorare ciò, mi danneggia e tenta di incanalarmi verso un processo scientifico e allontana dalla vera conoscenza delle cose togliendo la possibilità di vedere 1’esistenza su vari livelli: ogni livello una possibile verità, perché particolare.

Se si vuole fare cultura di popolo, bisogna particolariz- zare e non generalizzare. Mai imparare dal più bravo cercando di scrivere o esprimersi come si usa nelle scuole italiane, ma scendere al particolare; tu sei come un ulivo, sei cresciuto con questa forma, questo sei tu e fai arte se descrivi la forma di te stesso; fai arte in quanto sei originale e diverso da un altro; in quanto cosa particolare, mai La perfezione proprio per questo motivo è la morte dell’arte. La concezione religiosa e il rispetto della scienza fanno sì che gli uomini tendano verso fini identici, verso leggi assolute.

Religione e scienza perciò si assomigliano in quanto entrambe tendono alla perfezione: sono l’opposto esatto dell’uomo che è imperfetto. Quando l’artista si esprime deve essere consapevole che la sua descrizione, per essere arte, deve essere imperfetta; egli non può lasciarsi affascinare dal metodo scientifico che gli toglie ogni originalità, in quanto la scienza tende verso la generalizzazione; per un artista è importante non cercare una differenza nelle somiglianze, ma una differenza nelle somiglianze delle differenze (vedi Impegno 70 n. 19/27 pp. 47-48).

C’è una grande differenza tra una macchina e un essere umano; la macchina è creazione dell’uomo; un essere umano è creazione di se stesso.

La macchina che continua a fare la copia della copia non segue un processo naturale, ma scientifico, perciò limitato. L’uomo, al contrario, pur se non riesce a fare la copia identica della copia, ha l’abilità di creare anche in un apparente ripetersi perché sa andare al di là della creazione di un momento prima. L’uomo è capace di creare perché egli stesso è creazione naturale e non macchina che è creazione dell’uomo.

L’atteggiamento dell’uomo, le sue aspirazioni di evoluzione e di miglioramento lo spingono a un continuo tentativo di perfezionamento che va oltre la questione religiosa o di prima causa.

Se l’uomo tenta un miglioramento nella sua unicità artistica perfezionando la sua imperfezione, potrebbe trattarsi di un traguardo massimo nella relatività delle cose. Se invece si tratta di una continua tendenza a ridurre tutto identica a un’altra cosa in particolare.

Così come non puoi scoprire collina identica a collina, o montagna identica a montagna; e se questa è la natura delle cose, perché non dovrebbe essere lo stesso riguardo gli esseri umani?

Uno scrittore populista guarda se stesso, impara da se stesso e dal proprio linguaggio e rispechia se stesso anche creando nuove combinazioni di se stesso, ma solo di se stesso. Se nel modo di esprimersi cerca di generalizzare fallisce in quanto è assolutamente impossibile riportare forme linguistiche di altri.

Naturalmente, chi fa arte deve riconoscere quest’unicità di ogni cosa, descrivendo perciò ogni cosa come è: diversa da qualsiasi altra cosà. Lo scrittore populista si impegna a scrivere la sua relazione di tempo e di posizione in confronto alle cose e alle persone che lo circondano.

Filosoficamente, una cosa è diversa dall’altra non solo perché ha forme diverse o perché ha subito esperienze diverse, ma perché occupa uno spazio unico nell’esistenza in relazione alle altre cose.

La scienza chiede irrazionalmente che il poeta prenda in considerazione un punto-tempo del mondo di un altro individuo; il risultato è disastroso, infatti prova a chiedere a uno che è di Milano di descrivere il bel sole di una giornata d’inverno in Sicilia e, al contrario, a un siciliano di descrivere una tempesta sul Lago di Como; La verità sarà irrimediabilmente distorta perché non si parla di esperienza diretta.

L’autore stesso, nel senso scientifico, poiché è soggetto, come tutte le cose, a un continuo mutamento, è relativamente imperfetto, e se fosse perfetto, sarebbe già limitato perché non esprimerebbe niente di nuovo ma una monotonia totale di identicità a somiglianze per cui le cose nella loro unicità vengono ritenute imperfette nella ricerca massima delle somiglianze, il tutto finisce in una continua monotonia. Questa è la via sulla quale è istradata la società industrializzata di oggi che già sta dando i suoi errati risultati.

Un esempio possiamo pigliarlo nel campo dell’edilizia dove linee orizzontali e verticali senza alcuna deviazione riducono le città tutte uguali, col risultato di dare un aspetto generalizzato e impersonale.

L’estetica populista che si basa sull’uomo, pretende che il poeta o l’artista, riconoscano nell’uomo quella importanza che religione e scienza gli negano.

L’uomo è capace di apprezzare il bello, non ha bisogno d’imparare o di affidarsi a un critico; si tratta di un processo naturale provato dalla Gestalt. L’uomo giudica e dà apprezzamenti usando mezzi insiti in se stesso; non ha bisogno di affidarsi ad altri che danno giudizi specializzati e perciò scientifici, né tanto meno a chi dà spiegazioni teologiche con regole e dogmi, che non ammettono dubbi.

Mettere in dubbio, discutere una cosa è molto importante e l’uomo del popolo può farlo. Ed ecco perciò l’importanza della comunicazione diretta da parte dell’artista che scende in piazza per essere popolo che parla al popolo di fatti che riguardano il popolo e non di cose imposte dal centro e dai più bravi. Negare quanto ho detto, sarebbe ignorare il processo della natura stessa attraverso i millenni, un processo naturale che la scienza non ha il diritto di negare all’uomo. E per concludere l’argomento, la perfezione è la morte dell’arte; allora, se esiste Dio, e non voglio dire che non esiste, questo Dio dovrebbe essere imperfetto perché sarebbe una bella presunzione dell’uomo desiderare un Dio perfetto e perciò limitato.

L’intelligenza dell’uomo segue una certa logica interna che è parallela all’esistenza esterna. Se lo sviluppo della mentalità umana, con tutto il suo bagaglio di esperienze, è considerato una estensione del mondo esterno, non ho nulla da obiettare, ma rifiuto qualsiasi nozione filosofica per cui il pensiero e lo sviluppo dell’individuo sono riflesso del mondo esterno.

Per l’individuo, le forme eterogenee esterne non sono sistemi e forme; ogni stimolo che viene dal mondo esterno, ogni fotone che lo colpisce viene organizzato nell’individuo dai cinque sensi e sistemato dall’intelletto in forme. Il cerchio, ad esempio, per l’uomo, è cerchio perché è già presente nella struttura e nelle relazioni di forze del cervello umano e, poiché la forma è espressione dell’esistenza, l’uomo organizza 1’esistenza in maniera tale che il cerchio sia per lui forma naturale.

La possibilità di recepire e collegare il mondo esterno con quello interno può essere dettata da più o meno capacità.

Un individuo che organizza eccessivamente il suo bagaglio di stimoli e forme, non è capace di affrontare altri stimoli perché troppo organizzato con i primi; egli, dunque, non amette la pluralità perché troppo rigido; solo una mentalità elastica che sappia tenere in considerazione più di un sistema estetico è la prerogativa dell’antiautoritarismo e perciò dell’Antigruppo che di per se stesso è Forma Estetica.

Si può concludere che non esiste nel mondo della creatività artistica un’autorità che dall’esterno possa con la violenza e con la persuasione insegnare a un altro artista ad eliminare errori e difetti. Gli errori sono tali, se visti sotto l’aspetto di un concetto non pluralistico; rispettando invece il pluralismo, si ammette che gli errori e i difetti estetici sono, in verità, il modo dell’individuo di concepire l’esistenza.

La persuasione, dunque, è forma astuta di violenza. Uno dell’Antigruppo che non cede alla persuasione è Pietro Terminelli. Egli non è capace di assoggettarsi a una organizzazione; nell’organizzazione, egli diventa, non una parte, ma un intero isolato; nessun movimento culturale o politico, infatti, lo ha mai incorporato completamente. Egli è un vero antigruppo. Pur avendo lavorato con me per lunghi anni, non posso ricordare un’idea uguale che ci abbia legati. Il nostro è stato un accordo di due persone con idee e atteggiamenti e stile di scrivere diversi. Ciò che ci ha uniti è appunto la nostra diversità. Il rispetto per la diversità dell’altro è l’unica caratteristica che tiene insieme VAntigruppo.

Ma perché l’uomo crea valori e regole nella direzione sbagliata? Perché così vogliono i pochi e gli eletti, i quali accusano l’uomo comune per la sua imperfezione, cercando di togliergli la fiducia in se stesso; essi hanno tutto da guadagnare se riescono a convincere l’uomo comune che egli non è in grado di pensare con la propria testa e che non ci si può accontentare di vivere nell’insuccesso. Gli eletti dicono: «Vedi? Noi siamo il successo, tu devi mirare a questo successo, devi cercare di emulare noi che siamo i migliori». Così nell’emulare «i pochi», i molti vengono persuasi dall’opinione pubblica ad accettare standards, valori e misure convenzionali degli establishments monolitici. Infatti, le società sono strutturate sull’arbitrario concetto che solo i migliori possono inserirsi ed essere «in»; gli altri, i molti, gli outsiders, gli schiavi e i servi, per un processo naturale (dicono loro) devono assoggettarsi e subire. Affinché i pochi rimangano sicuri ai loro posti di comando è necessario fare credere ai molti che solo questi sono i valori della vita.

In contrapposizione alla loro logica sorge la logica populista, una logica dettata dalla base e non dal centro. Si tratta infatti di una filosofia per diseredati, per sprovveduti i quali in confronto al numero degli eletti sono in vantaggio in quanto moltitudine.

Il concetto di pluralismo, inteso come filosofia e ideologia populista è stato portato avanti, in Italia, dall’Antigruppo. Il suggerimento è giunto al centro dalla base; da un piccolo giornale di provincia disdegnato da tutti, ma letto anche con curiosità da molti. Proprio quando il concetto di pluralismo comincia a farsi strada, Gian Carlo Ferretti, uomo di cultura centrale, ebbe a sostenere che pluralismo e partecipazione sono due cose non ammissibili nel campo della cultura. Noi dell’Antigruppo, invece, abbiamo provato che il pluralismo può essere il credo ideologico di un movimento culturale che accetta tutti coloro che vogliono esprimersi. Si tratta, in verità, di un movimento che fa salire tutti sulla stessa nave, ognuno conservando il suo io e la sua identità.

Sin dal 1969 in «Una Possibile Poetica per un Antigruppo» ho chiarito e provato questo concetto invitando i lettori di varie ideologie di sinistra a collaborare. Il risultato è stata una partecipazione talmente entusiasta che, in seguito, da parte di alcuni critici è stato difficile individuare l’autore principale e l’animatore della piccola antologia.

Con l’Antigruppo sostenni pure l’affermazione dei singoli e dei piccoli e perciò delle città-stato, dei governi locali per l’affermazione della democrazia diretta che di per se stessa è la forma più perfetta di governo. In fondo che cosa vogliamo intendere per pluralismo e populismo se non la capacità di tollerare gli altri?

Il P.C.I. oggi parla di pluralismo, nel senso che ogni partito comunista, nelle diverse società, può essere diverso dall’altro. Berlinguer parla della grande necessità di abbattere l’intolleranza e l’intransigenza. Anche La Malfa è stato dello stesso parere, eppure anni fa i repubblicani del centro disdegnarono il piccolo giornale che parlava di pluralismo di provincia e non accettarono mai un articolo per il giornale di Roma o di Palermo.

La verità è che i grandi Stati accentrano una sola espressione su tutti i livelli, e necessariamente, questa unica espressione è il diritto esclusivo di un’elite che emana leggi e dettami generalizzati perché tutte le periferie li accettino incorporandoli nel proprio tessuto di pensiero, atteggiamenti e linguaggio.

Vili

Il pluralismo va inteso su due livelli, uno estetico e l’altro ideologico. Per una condizione pluralistica politica ideologica è necessario il decentramento e il frazionamento dei grandi Stati. Infatti, è la struttura di un governo locale che permette all’individuo la partecipazione diretta alle iniziative di ogni genere, con la presenza in consigli e assemblee esercitando così direttamente il diritto al voto senza delegare i propri diritti politici a una figura rappresentativa anche se in schemi proporzionali. Insisto sul diritto dell’individuo di esprimersi per referendum che anche soltanto saltuariamente dà a tutti la possibilità di decidere sulle leggi. Invece, una completa partecipazione locale rende il cittadino sempre più capace di intendere e di giudicare, lasciandolo soddisfatto nell’esercizio dei suoi diritti.

Vorrei ricordare a questo punto un altro tipo di pluralismo, quello espresso nelle vaste contrade americane o frontiere quando le immense distanze, constringevano l’individuo a vivere isolato, gli davano la dignità di decidere per se stesso senza la necessità di piegarsi ad alcuno o di decidere e piegarsi a corpi istituzionali, con una auto- sufficenza che irrobustiva il carattere democratico anche se a discapito di quello sociale.

L’autorità di un governo a monte era inutile. L’uomo non poteva essere controllato e non sviluppava perciò il senso della sottomissione, ma acquistava piuttosto fiducia in se stesso e perciò anche rispetto per l’altro come lui; non esistevano importanti o meno importanti, ma tutti uomini uguali.

Possiamo dire, allora, che meno sono le leggi, più i governi sono democratici.

Infatti, in popoli con antiche tradizioni di civiltà succede che per varie sovrapposizioni le leggi si accumulano attraverso i secoli e spesso vengono usate per limitare piuttosto che per proteggere la libertà. Gli elementi benestanti e più retrivi della società rallentano lo snellimento delle leggi, perché le leggi di solito proteggono gli abbienti. Lo stato ideale è quello che non impone leggi sull’individuo e sulla comunità, ma sprona all’autoresponsabilità ogni cittadino che deve seguire la legge interiore considerando il giusto e l’equo nei rapporti con gli altri.

Quando insisto nel dire ciò che intendo per poesia non vengo a dettare una ferrea legge, a te, (o a me stesso) non voglio impormi come autorità letteraria o atteggiarmi a caposcuola di quel movimento poetico populista che sostengo; non cerco di persuadere nessuno, ma dico semplicemente come io la penso. Tu (dell’Antigruppo o no) certamente, la pensi in altro modo.

Un simile comportamento dunque non è soltanto antiautoritario ma è soprattutto democratico anche se può sembrare inefficiente. Del resto, l’imperfezione è logica in questo nostro mondo; infatti, un mondo perfetto e ideale non esiste come non può esistere una poesia ideale in quanto sarebbe riflesso in un io che non esiste. Una poesia populista non deve per forza rispecchiare il meglio dell’io poetico, ma per essere completa deve cogliere luci e ombre, lati positivi e lati negativi, tutte le contraddizioni, insomma, che formano un individuo.

Per fare un esempio: un tizio nasce col naso storto. Dovrebbe ricorrere alla plastica per raddrizzarlo? È tanto necessario avere un naso dritto come gli altri? E chi idealisticamente può affermare che il naso dritto sia meglio di quello storto? Volendo un mondo di nasi dritti, noi aneliamo alla copia di un naso perfetto, avvicinandoci all’ideale di Platone (un aristocratico) e allontanandoci perciò dalla imperfezione (populista), cioè da quello che noi veramente siamo (esseri imperfetti). Il risultato sarebbe un mondo scialbo senza contraddizioni (da computers del mondo industrializzato della scienza autoritaria), un mondo come vediamo rispecchiato nelle poesie del passato; anche nelle poesie dei più grandi poeti del passato. È logico allora che ci vuole la frusta perché i giovani di oggi si soffermino su quel tipo di poesie classiche e stereotipate. Anche i grandi poeti del Rinascimento, a mio avviso, non ci hanno dato buone poesie perché si lasciavano incastrare dalla forma e dovevano plasmare il contenuto a quella forma di rime; esprimevano così una poesia lontana dall’essere quotidiano di chi scriveva.

Il critico Luigi M. Personè scrive sul GIORNALE DI SICILIA del primo novembre ’79 che sono preferibili e indubbiamente migliori le poesie CORTESI e GENTILI. E certo che per lui le poesie «cortesi» siano le migliori in quanto chi le scrive sta alle regole del gioco della buona «società». Ma poiché l’essere umano (e non mi stancherò mai di ripeterlo) è diverso da un altro essere umano, il poeta che veramente esprime poesia deve scavare nelle proprie caratteristiche – anche di forma se vogliamo – che sono diverse da quelle di un altro poeta. Se, invece, cerca di avvicinarsi alle caratteristiche di un altro poeta, sicuramente si allontana sempre più da se stesso. Volendo fare poesia orientandoci verso le caratteristiche del Tizio o del Caio, facendoci ingannare dalle regole classiche di tipo elittario creiamo come su specchi pazzi che posti uno di fronte all’altro ci darebbero copie errate dell’esistenza in quanto vedremo riflessi e poi riflessi e ancora riflessi sempre delle stesse caratteristiche che nel moltiplicarsi diventano sempre più lontane dal vero.

Pur rispettando l’opinione di Luigi M. Personè, io devo dire che la poesia così come lui la intende è una poesia dei «migliori» per 1 «migliori». E qui casca l’asino. Cosa vogliono i critici e i giornalisti di Giornale di Sicilia come Personè, Giuseppe Servello, Alfredo Falica, Giuseppe Quatriglio, Rosita Lanza (figlia di Giuseppe Lanza di Scalea, un aristocratico di Palermo che durante il fascismo condivise il potere con i fascisti e che ora lo si  vuole risuscitare come antifascista) o il prof. Giusto Monaco che si appella al maestro Nietzsche, il filosofo che difende il superuomo, che vuole i popoli guidati da questo superuomo che deve dettare leggi sui deboli, sugli uomini comuni, il filosofo a cui si riferì Hitler per dare una filosofia al Nazismo volendo creare una nuova categoria di superuomini non più aristocratici, gentili e cortesi ma rudi e barbari (ecco come si spiega l’antifascismo del principe di Scalea). Tutta questa gente che ho mensionato sopra, ospitata nella terza pagina del Giornale di Sicilia, è impegnata in una campagna a favore del numero chiuso nelle università; a favore, dunque, di una scelta tra i «migliori». Ne risulterebbe, se questi signori venissero accontentati, una università elittaria e non più aperta al popolo. Così, i migliori verrebbero ad usufruire di una università di stato tenuta sù dai «peggiori» rappresentati dal 90 o dal 95 per cento dell’intera popolazione.

E qui devo fare due osservazioni al Prof. Giusto Monaco. Egli ammette quale professore di una cattedra pagata dallo Stato italiano che il diploma della nostra scuola non vale perché viene rilasciato a circa il 20 per cento della popolazione scolastica dando così la possibilità di accedere nelle università che si affollano troppo. È come dire a uno che ha conseguito la patente per guidare che non gli si può affidare una macchina da guidare. Egli, dicendo così, condanna tutta la scuola italiana per cui si può giungere all’assurda e logica conseguenza di chiederci se vale la cattedra e il titolo di studi da lui conseguito. Mi permetto, dunque, di suggerire al prof. Giusto Monaco che invece di cominciare a voler la riforma scolastica alla base non è meglio che egli cerchi questa riforma al vertice, lì dove egli è appollaiato? Una mentalità democratica, infatti, non parte con una critica rivolta al più debole ma si rivolge a chi detiene il potere; la pedagogia moderna critica il padre autoritario, la madre, la maestra, il professore, il giudice nei confronti del figlio, dello scolaro, dello studente, del cittadino, dell’accusato. Se la scuola deve accogliere soltanto i migliori, ovviamente essa si rimpinguerà soltanto dei figli dei funzionari, degli aristocratici, dei professori come Giusto Monaco, cioè di tutti i privilegiati e gli eletti; rimanendo chiusa agli sprovveduti, a quelli della periferia che non conoscono le buone regole della società. In tal modo i primi che si troverebbero sprangate le porte dell’università sarebbero i figli dei braccianti, dei contadini, dei marinai, degli operai.

Ma noi sappiamo che una scuola veramente democratica e funzionante deve permettere a tutti gli uomini di normale intelligenza, una volta raggiunta l’età e che pagano le tasse, di iscriversi e di trame il profitto che possono. La scelta per accedere all’università non deve essere lasciata alla decisione dei professori attraverso gli esami, la scelta deve farla il cittadino libero che vuole esercitare il diritto dell’istruzione. E a questo punto, se l’università agli occhi dei ben pensanti, «migliori», esclusivisti può apparire un po’ inefficente, la società, bene o male, sarebbe leggermente più colta. Naturalmente i «migliori» saranno un po’ meno colti dato che i professori vengono impegnati anche dagli altri. E se questi «migliori» si lamentano sarebbe il caso di indicare loro non l’università dello Stato, ma un’università privata che non deve però ricevere sovvenzione dallo Stato, in quanto tale sovvenzione viene dai soldi dei più e perciò dei «peggiori».

Mi chiedo spesso quale uomo di cultura può essere talmente egoista per anelare ad una università tranquilla e non popolata. L’uomo colto in uno Stato democratico dovrebbe essere altmista, dovrebbe pretendere un’università populista che non premi soltanto gli eletti, e che non abbia paura della volgarità dei «villani». E qui dobbiamo soffermarci a capire meglio chi e cosa possono essere i volgari; l’uomo comune della strada, il poeta che si esprime in dialetto, colui che dice le cose come le vede e li chiama col nome che hanno? Ricordiamo in Sicilia Giuseppe Marco Calvino e Domenico Tempio – poeti veramente volgari e populisti – eppure dovrei prendere una lente d’ingrandimento per cercare in Sicilia due poeti più illustri di questi due; oppure quelle famiglie di cui tanto si occupano alcuni romanzi e di cui seguiamo ancora le storie alla televisione e nei films, quelle famiglie aristocratiche del marchese Tizio o del principe Caio che si fanno servire da esseri umani come loro, che con fare «cortese» rimproverano questo o tal altro servo, che senza alzare la voce condannano la cameriera e con «cortesia» la relegano a mangiare in cucina (atteggiamento volgare o raffinato?), a vestire l’abito della cameriera, a inchinare la schiena al loro passaggio, a dire signorsì a cose giuste e ingiuste; questi signori gran conoscitori della «gentilezza» anche poetica, della «cortesia» hanno accettato il ruolo di privilegiati schiacciando i non privilegiati e i «peggiori», per dirla col prof. Giusto Monaco, e non capiscono che il loro comportamento padronale è doppiamente volgare e li rende completamente sordi ai sentimenti di altri esseri umani che come loro hanno intelligenza e dignità. Non ho mai visto camerieri seduti allo stesso tavolo dei loro padroni, mai a memoria d’uomo un privilegiato ha considerato questo suo modo di fare una volgarità; eppure è da egoisti e volgari costringere la gente a lasciare il proprio paese, la terra che ama per andare a cercare fuori dal feudo la libertà che le viene sottratta da questo comportamento «cortese» e «gentile». È stato proprio per la raffinatezza di questi baroni nel sottrarre la terra a chi la lavorava che molti siciliani preferirono emigrare in America nei primi del 900, e fra questi c’erano i miei antenati.

Luigi M. Personè dovrebbe comprendere che la terza pagina del Giornale di Sicilia – anche se il giornale è in mano alla gente di destra – è sempre un quotidiano di massa-media che prende le sovvenzioni dello Stato e perciò in gran parte dai «peggiori», uno dei giornali della Sicilia occidentale che ha tra i suoi fruitori anche i «peggiori» non può fare una campagna per il numero chiuso alle università portando avanti soltanto il discorso dei «migliori». Io, quale scrittore e curatore di una terza pagina di provincia, mi sento obbligato ad avvertire i fruitori del Giornale di Sicilia e del Trapani Nuova che si tratta di un lento metodo di persuasione e perciò di violenza contro i «peggiori», cioè i molti. È ovvio così che un professore quale Virgilio Titone sia contrario alla poesia recitata in piazza e sia d’accordo con Eugenio Montale e con T. S. Eliot i quali, calati nella realtà dei «migliori», considerano i recitals di piazza un fallimento. Essi non hanno compreso che il grande recital organizzato dal Comune di Roma con la partecipazione degli addetti e degli scrittori privilegiati con le grandi case editrici alle spalle, dei poeti pagati perché eletti e migliori, non doveva essere presentato come una manifestazione underground dei giovani e degli emarginati; non può l’establishment abbracciare i due opposti (anche se certe volte gli farebbe comodo) della società e non può venirci a dire che chi ha pubblicato con le grandi case editrici è un poeta underground. Dunque, l’uditorio ha avuto ragione quando ha reagito a Castelporziano non facendo recitare; l’uditorio formato in gran parte di poeti underground non lo si può prendere in giro. Ecco perché quella manifestazione fu reputata un insuccesso e un fallimento dagli scrittori e poeti per bene e arroccati al potere, mentre in verità per gli under fu un successo; essa dimostrò che i «peggiori» hanno gli occhi aperti.

Quando si parla di «peggiori» e «migliori» si pensa di capire perché sono stati creati questi valori e da chi?

Ogni essere umano ha il diritto di creare il proprio valore, ma non ha il diritto di porre questo suo valore come legge che gli altri devono rispettare. È il caso del Prof. Persone che come critico stabilisce certe leggi politiche, anche se egli non ha spiegato chiaramente che cosa intende per migliore. Io potrei dire che migliore o peggiore si tratta sempre di un valore ed è la società che troppo spesso attraverso gli occhi degli eletti si crea falsi valori in maniera tale che i peggiori, i falliti, gli emarginati guardando quel «migliore», creato da altri che sono gli eletti,

10 emulano e ad esso continuano ad aspirare. È così che i privilegiati rimangono sempre tali e non permettono, per esempio, a uno come me di occupare un posto al vertice insieme a loro.

L’uomo è pieno di contraddizioni e perciò d’imperfezione, ma proprio per questo è un uomo. E bello che egli uomo sia così. Che orrendo mondo, infatti, sarebbe questo se non esistessero le contraddizioni: il grande e il piccolo,

11 brutto e il bello, il sicuro e l’insicuro, il dubbio e il non dubbio, tutto nello stesso uomo. E penso che sarebbe il caso di scrivere una poetica delle contraddizioni in quanto l’uomo che è parte di un intero, ( non in senso biologico) lo stesso non vuole essere, come intero, sottomesso per fare parte.

Un altro giornalista che scrive sulla terza pagina del Giornale di Sicilia è Bent Parodi, un uomo colto e intelligente, devo ammetterlo, anche se come scrittore è tutto il mio opposto. Molti anni fa mi disse di essere un socialista e perciò un marxista, ma oggi io ho i miei dubbi in quanto egli si è impelagato insieme agli altri professori e detentori della terza pagina del Giornale di Sicilia in quella campagna antipopulista che gli fa portare a galla tutti gli eletti e i noti aristocratici della cultura siciliana, i vari principi Lanza e Albata di Pietratagliata ecc… Ma chi può meravigliarsi di questa sua tendenza? Non certo chi conosce qualcosa della sua famiglia; egli in certo qual modo è parente di questa gente che tenta di riesumare (come il barone Giovanni De Simone, l’artista raffinato della ceramica che ha vantato i suoi natali nel congresso regionale del Sindacato Scrittori) perché in verità suo padre era un duca (e lui duca non è perché non glielo consente la Costituzione Italiana), la madre era imparentata con la regina di Danimarca. Conclusione? A lui lo spazio al Giornale di Sicilia è dovuto. Ecco perché nella III pagina del Giornale di Sicilia non poteva continuare a scrivere (fu addirittura mandato via) Pasqualino Marchese anche nel periodo in cui direttore del giornale era il suo amico Ciuni. Pasqualino Marchese (a dispetto del suo cognome) vanta natali proletari. Pasqualino Marchese è la voce del popolo che finalmente avrebbe potuto esprimersi attraverso i mass-media di un quotidiano.

Che interessi può riflettere una III pagina in mano a Bent Parodi? Forse gli interessi dell’uomo comune, dei contadini, dei marinai, dei corallai, degli artigiani e di tutti coloro che senza emergere hanno dato anche loro una cultura a questo paese? I molti non sentiranno mai interpretati i loro interessi, ma quelli raffinati e gentili e colti di Bent Parodi e dei suoi antenati che hanno respirato e respirano pesantemente sulla schiena dei «viddani» come i miei nonni e quelli di Pasqualino Marchese.

Altro tipo di pluralismo lo si riscontra in un grande Stato dopo un brusco e violento mutamento delle relazioni nei rapporti politici, economici e culturali: il periodo della rivoluzione nel momento in cui chi aveva il potere lo ha dovuto lasciare e, mentre nessuno è subentrato al suo posto,o, se è subentrato, non viene ascoltato da nessuno – è il momento del caos – (così dice la gente per bene). Quel caos, che per me è alla base della libertà, è vera condizione ideale che fa parlare tutti e fa anche ascoltare tutti: un pluralismo completo.

Sotto simili condizioni si sviluppano idee e filosofie contrastanti e sistemi politici alternativi; si sviluppa un fervore mentale (vedi Rivoluzione francese o quella russa) cosa impossibile in un paese dove regna un rigido status quo. Sorprendentemente l’uomo diventa tollerante perché non esistono leggi come imposizione di forza dei pochi sui molti.

Nessuna legge infatti può essere legge dei molti. La legge non viene mai dalle piazze, la legge è frutto di un esiguo gruppo di uomini seduti attorno ad un tavolo i quali decidono per gli altri.

Ecco perché in uno stato democratico è necessario il voto proporzionale che assicura la rappresentanza anche dei piccoli gruppi; al contrario, il voto maggioritario diventa potere per uno o due partiti, così come è oggi in Germania. Possiamo affermare che oggi l’Italia ha un governo molto più democratico della Germania in quanto quei milioni di cittadini che votano per i piccoli partiti hanno per lo meno l’illusione di essere rappresentati. E se i piccoli partiti non riescono a condizionare i grandi partiti hanno almeno la possibilità di farsi ascoltare. E così che si ascolta la coscienza del popolo, del piccolo uomo della strada: in un caleidoscopico e variopinto quadro di idee politiche in quanto ogni uomo (essendo diverso), vuole essere diverso da un altro.

Quando l’individuo crede nella disubbidienza non violenta alla legge, crea l’antilegge, espressione dell’unicità e della propria etica.

Osservando l’universo ove tutto si ripete infinite volte, si può affermare che l’uomo non può avere una volontà propria. Osservando però le forme più alte di volontà cosmica, questo continuo mutare per ripetersi è una volontà che si rinnova dall’inizio alla fine e dalla fine al nuovo inizio. L’individuo subisce questo continuo mutamento che gli dà la consapevolezza e l’intelligenza di accogliere nuove esperienze che diventano la sua estetica di vita, la sua volontà, le sue espressioni.

L’uomo, allora, comincia la propria vita con un bagaglio di forme interne già esistenti che sono la naturale estensione del mondo esterno. Egli, dunque, sa. e perciò può giudicare quali sono le forme differenti, quali quelle vere, quali false o belle. L’uomo può giudicare attraverso se stesso. L’uomo creativo avrà sempre la possibilità di combinare queste forme naturali con sistemi più complicati, in strutture nuove dettate dalla propria intelligenza.

Egli si migliorerà sviluppando ed evolvendo interela- zioni di forme. Se così non fosse, l’uomo rimarrebbe a un livello primitivo, quello di semplice stimolo e risposta. Artisticamente ed esteticamente sia gli stimoli del mondo esterno che quelli del mondo interno provocano una serie di discorsi creativi. Questi, mandati nel mondo esterno come messaggi, provocano gli individui (ascoltatori o lettori) a dare una risposta.

Ogni individuo riceve questi stimoli come particelle separate che egli a sua volta organizza creativamente nelle proprie risposte, dando significative relazioni di forme al messaggio dell’artista; ecco perché si può dire che si tratta di arte impegnata quando l’artista, il poeta o lo scrittore sono consapevoli che il loro discorso va recepito come provocazione e non come forma di persuasione che intende sostituire le idee del lettore con quelle dello scrittore.

L’uomo intelligente deve sempre lasciare la porta aperta a plurime possibilità. In caso diverso, egli limiterebbe il suo processo estetico e ideologico. L’individuo artista ha bisogno di conoscere il suo mondo locale, altrimenti non potendo cogliere il suo mondo estetico, non sarebbe capace di una sua opinione; in tal caso il risultato potrebbe giungere alla distruzione dell’ego fino alla patologia mentale in quanto le forme verrebbero completamente confuse.

Alcuni movimenti culturali hanno simili difetti perché giungono a queste aberrazioni del non io. Possiamo elencare il Surrealismo, dal quale, in Sicilia prendono lo spunto il Gruppo 63 e il Gruppo 70. Mi sembra strano dunque come Giuseppe Zagarrio, parlando del populismo dell’Antigruppo, ne paragoni certi aspetti al Futurismo. Il nesso e il legame semmai può esistere tra il Futurismo e il Gruppo 63.

XI

Una persona non violenta è tollerante; l’intollerante, il violento insiste nella sua relazione di animale-uomo con altri uomini, ed è impossibile discutere con lui.

In Italia questo atteggiamento è ancora diffuso e viene espresso da coloro che credono nell’unilateralità di pensiero e che si possono paragonare ai picchiatori di cui ho già parlato.

Generalmente un animale selvaggio non ammazza altri animali se non gliene danno ragione; esso non è dunque più violento di certa gente intollerante. Spingendoci dall’esempio dei picchiatori al mondo estetico, possiamo notare che esistono anche movimenti culturali con la stessa carica di violenza; sono formati da scrittori che sanno tutto, che sanno dove sta la verità, che hanno sempre ragione e una gran fiducia in ciò che dicono e ciò che fanno. Respingono qualsiasi altra possibilità di interpretazione dell’esistenza che non sia la loro; trattano gli altri da ignoranti o meglio ancora li ignorano e li scherniscono. Tale fu l’attegiamento del Gruppo 63 nei confronti dell’Antigruppo. E a questo punto, devo fare una confessione.

Con tutta la mia buona intenzione non sono stato mai molto tollerante verso il non senso sostenuto dall’avanguardia anche se a essa ho riconosciuto il merito di aver messo a soqquadro il linguaggio dandoci così la possibilità di scrollarci di dosso gli ermetici e i roboanticlassici del passato.

Desiderare il pluralismo significa essere aperti alle varie possibilità di se stessi e degli altri. E’ una questione che va al di là della coerenza perché è chiaro che chi ragiona non può mettersi a falsificare le cose chiamando il nero bianco e il bianco nero o passando da un campo ideologico a un altro; ciò snaturerebbe tutto quello che è un individuo, scrittore, artista, creatore. Al massimo, per arrivare alla spiegazione e alla risoluzione di alcuni problemi si possono vagliare le varie possibilità esistenti; chi si trova in una situazione negativa, è logico che non può fare il discorso positivo; Plebe non può passare dal comuniSmo al fascismo; poiché, così facendo, dimostra che quanto aveva detto prima, per lui, non aveva alcun valore e che il discorso fatto ora in difesa di un’altra ideologia, è squalificato in partenza. L’uditorio, il lettore, il pubblico hanno il diritto a volere nello scrittore un certo tipo di coerenza, ma non possono pretendere che egli non muti il metodo nella ricerca della soluzione del suo discorso e del suo credo. Il metodo può mutare e arricchirsi di nuove esperienze.

Sul Giornale di Sicilia, Noto scrive dell’affinità tra il discorso dei mistici e quello degli scienziati ed io concordo con lui in quanto i due discorsi tendono entrambi verso una verità assoluta e deplorabilmente antidemocratica. Lo scienziato e il religioso ricorrono a linguaggi non comuni alla gente comune; la religione cattolica, per esempio, insiste sul latino, così come il letterato d’avanguardia, il tecnico elettronico, il burocrate hanno ognuno un linguaggio specializzato e non possibilistico in modo da creare una cerchia di addetti e competenti. Questo sul piano soggetto-oggetto, individuo-gruppo, scrittore-lettore. Ma c’è da chiedersi se la stessa cosa non avvenga nell’io dell’individuo che si rifiuta di essere comprensibile con se stesso e che s’inganna ingannando l’altro io. È un chiudersi in se stessi lasciandosi nel buio dell’incomprensione col pericolo di rasentare la schizofrenia.

Il possibile discorso diverso dal nostro non deve essere respinto in senso assoluto; esso è un discorso luce che, pur dando la possibilità a ciascuno di partire dal suo punto locale, fruga nel buio stimolando la reazione di chi lo ascolta perché discorso provocatorio e diverso. In tal modo si afferma il particolare nei confronti del generale anche correndo il rischio di creare confusione e caos. È così che si creano interrelazioni e parallelismi e parallelismi non basati su un’unica verità ma su un interscambio di luce rivelante verità locali in continuo sviluppo o mutamento. Tali discorsi sono tutti diversi perché particolari e differenti nello spazio, nella materia, nelle relazioni locali e perciò relativi e imperfetti, incapaci di generalizzazioni. Ripeto che si tratta di un discorso luce che illumina la verità che già esiste nell’altro e non di un discorso che viene trapiantato.

Basta renderci consapevoli di noi stessi con l’aiuto degli altri: questa è comunicazione. Nessuno può inserirsi nel pensiero dell’altro. E allora, il più bravo, in questo mondo di uomini, vale quanto il meno bravo; essi rimangono sempre se stessi e tutt’al più il meno bravo a conoscere meglio se stesso in relazione a tutti. Questo è rispetto locale ed è estetica populista antigruppo. È estetica antiautoritaria che riguarda tutte le relazioni umane siano esse di estetica, politica, religione o di scienza, e mette a soqquadro tutto il sistema sociale contemporaneo.

Perciò, quando gli eletti di una vasta comunità-stato capiscono che alla base c’è il caos, volendo salvare e migliorare questa comunità, ricorrono ad altra autorità (la cosa può avverarsi sui vari livelli di vita: economia, cultura, letteratura ecc…) vanno contro la natura delle cose, in quanto l’uomo come tale non è un computer e non può essere controllato inserendo un ordine nel suo cervello. Si può al massimo fare come la CIA, un processo chirurgico al cervello, ma in tal caso l’uomo non sarebbe più uomo perché verrebbe snaturato.

Volendo risolvere il peggiorare delle condizioni di una società, le si dia sempre più libertà fino ai punti locali più periferici! Ovviamente sto parlando di una libertà locale ben lontana da quella sviluppatasi nel periodo feudale dove il triangolo, di vassallaggio, principato, re o dio dà spazio a una autorità assoluta e rinnega una interelazione tra le piccole comunità città stato. L’intelligenza pluralistica è quella che respinge il concetto di persuasione che è forma astuta di violenza.

La scuola, in generale, è una istituzione di coercizione antidemocratica perché antipluralistica.

Il docente impartisce le lezioni e pretende che il discente – individuo assorba ciò che gli viene impartito non lasciando alcuno spazio di espressione all’individuo discente.

In questo caso il docente non è una figura democratica perché non rispetta le forme estetiche dell’individuo che deve imparare; non ammette che egli possa dubitare delle massime scientifiche, culturali, letterarie riportate dai libri. Meglio, dunque una scuola dove il discente viene incoraggiato a una totale partecipazione e, a pari merito col docente, che in questo caso non sarà più docente ma discente con più esperienza, venga messo in grado di scoprire la propria verità.

Non esiste, nel mondo della creatività estetica, una autorità che dall’esterno, con la forza della persuasione, può insegnarti ad eliminare i tuoi errori e i tuoi difetti; gli errori sono tali se visti sotto l’aspetto dell’intolleranza e perciò del non pluralismo.

XII

Si dice che la legge è uguale per tutti, dunque una maniera democratica di vita. In verità, poiché le leggi che devono regolare un’intera comunità sono dettate dai pochi, la legge non ha niente di democratico; generalmente legge è sinonimo di forza. La legge giusta o ingiusta è sempre forza. Una legge può essere giusta e ingiusta contemporaneamente, dipende dal comportamento etico dell’individuo.

Inoltre, una legge non è legge soltanto in ragione della forza che esercita, ma perché una buona fascia della comunità accetta la forza da essa esercitata.

Supponiamo che una intera classe di una società non si sottometta alla legge; in tal caso la legge diventerebbe nulla e perciò senza alcun valore legale.

Il presupposto indispensabile, dunque, per tenere valida una legge è l’ubbidienza.

In Italia e specialmente in Sicilia, la categorica possibilità che, esistendo la legge, si ubbidisca ad essa, non esiste. Infatti, il cittadino italiano raggira la legge anche se non si scontra mai frontalmente con essa e instaura un finto rapporto di ubbidienza soprattutto per il bisogno di asserire la propria personalità. C’è di più, l’italiano disprezza chi si sottomette completamente alle leggi.

La qualità dell’ubbidienza come rispetto alla legge, invece è schiettamente anglosassone sebbene mi sembra che questa sia una maniera folkloristica di concepire la differenza tra Nord e Sud.

Socrate bevve la cicuta dando così valore al principio- legge al quale aveva prima disubbidito; dunque Socrate non ha disubbidito alla legge. La disubbidienza sarebbe stata totale se egli invece di bere la cicuta fosse fuggito. Nel suo caso, il concetto di disubbidienza viene annullato perché egli accetta la punizione.

Mi si può dire che l’uomo può essere prigioniero fisicamente, ma libero spiritualmente e può subire la punizione non sono populisti; essi, infatti, considerano con scherno l’operaio, il contadino, l’uomo della strada perché non abbastanza preparati ad agire.

Così, senza volerlo, l’anarchico dà credito più a un gruppo che alle masse. Una bella contraddizione, mentre considera l’individuo atto a governarsi da se, in pratica lo disprezza e tiene in considerazione quel gruppo che egli ritiene idoneo a reggere e a guidare le masse.

In ultima analisi, gli anarchici dicono: noi crediamo nella capacità delle masse, ma possiamo avere fiducia in queste capacità soltanto quando esse sono state perfezionate con una giusta preparazione.

Ovviamente non spiegano come si deve preparare il popolo e purificare le masse per giungere ad annullare il governo.

XIII

Solo i populisti valorizzano l’individuo al massimo e accettano l’aiuto consigliato da tutti cogliendo il meglio della partecipazione di tutti: tutti, tranne s’intende, i sostenitori delle teorie dei padroni come quella di Nietzsche per cui basta un superuomo ad occuparsi di tutti e una piccola classe di privilegiati per dirigere le masse di schiavi che devono essere educati a ubbidire. Il conflitto tra schiavi ed eletti secondo Nietzsche è necessario, perché in questa lotta tra i forti-pochi e i deboli-molti si crea la storia del forte contro il debole per l’affermazione della moralità dei padroni.

Il nazismo nasce da questa filosofia e non dal pragmatismo; non è una conseguenza causale, ma un voler a tutti come individui interi -con un insieme di vizi e di virtù- bensì come parte di un intero: ogni individuo assolve un compito per il bene del corpus sociale.

Peggio ancora, ognuno ha un proprio compito e gli viene riconosciuta soltanto la possibilità di svilupparsi entro il compito affidatogli. In una società simile, alcuni individui starebbero al posto della testa, altri delle braccia e delle gambe, altri ancora al posto dello stomaco.

Proiettando questo esempio nel mondo di oggi, possiamo notare qualcosa di simile; infatti con l’industrializzazione e con l’avvento dei cervelli elettronici si tenta di annullare le facoltà libere dell’individuo. Il lavoro diventa non più una possibilità di creazione ma un ripetersi continuo di un  particolare.

Ogni uomo, a mio parere, deve pretendere dall’esistenza il massimo che questa gli può offrire; ciò non vuol dire che l’uomo per il suo intelligente equilibrio non debba imparare a fare a meno stoicamente di certe cose. Il «più», comunque, è sempre da stabilire come traguardo. È irrazionale pensare che l’uomo debba preferire di mirare al «meno» quando può avere il «più». Nel mio discorso, il «più» si identifica con quello che l’uomo è capace di esprimere esteticamente ed artisticamente.

Naturalmente il traguardo primo da raggiungere è di soddisfare la necessità di riempirsi la pancia e di assicurarsi un tetto; quando da solo l’uomo non giunge a questi traguardi egli cerca forza nel numero e si unisce ad altri. Ovviamente, una volta parte del gruppo, egli sacrifica, se non tutta, almeno parzialmente la sua libertà di individuo. A questo punto il gruppo ha il diritto di chiedere un assegno in bianco dall’individuo?

Io credo di no, perché in tal modo gli si toglierebbe completamente la libertà. È dovere del gruppo proteggere attività l’espressione si ribalta e diventa metafisica. Perché questo atteggiamento?

Non vorrei dire che ci siano poeti capaci di esprimersi su un solo binario, per cui, uno si esprime interessandosi di sola ideologia e un altro di sola metafisica. Se così fosse si cadrebbe nell’errore della società di Platone.

Il poeta non potrebbe essere, in questo caso, come intero. Invece il poeta è uomo intero, perché capace di esprimersi su più livelli. Quando la sua attenzione è rivolta a se stesso come entità, egli descriverà con interesse il quadro di famiglia; quando la sua attenzione è rivolta alla comunità, s’interesserà di descrivere le relazioni con gli altri uomini. Il poeta, infatti è colui che un giorno si alza pronto a piangere per se stesso perché non comprende o comprende troppo il suo io; un altro giorno legge il giornale e monta su tutte le furie perché nel mondo accadono avvenimenti inaccettabili, ed ecco che egli scrive di getto una poesia populista; in un momento di tranquillità, ascoltante il terzo programma, ricorda la sua gioventù e scrive una poesia d’amore.

Un poeta così non piace ai critici perché essi non riescono a inquadrarlo dentro una tale o tal altra categoria e allora sono pronti a parlarne meno. Un poeta, come questo che ho descritto è il poeta dell’Antigruppo, un poeta intero, senza alcuna specializzazione; poeta filosofico, estetico, emotivo, retorico, espressivo, populista di avanguardia  i privilegiati per prendere il loro posto; significherebbe falsificare lo scopo dell’underground stesso; l’underground deve rimanere quello che è in partenza: un mondo negativo, deve rappresentare l’opposizione, in quanto chi appartiene all’underground deve essere per forza una mente negativa, capace di produrre soltanto in campi negativi.

Per questo motivo, un individuo, sia esso un politico o uno scrittore, facente parte dell’establishment non può essere un elemento negativo; non può confondersi o confondere gli altri assumendo una inutile posizione negativa.

Il suo giudizio, la sua critica saranno positivi in quanto una vera critica non può mai venire nell’«in» ma soltanto nell’«out». Sono convinto che noi esseri umani siamo formati in un certo modo per costituzione fisica e mentale e allora si tratta di un naturale inserimento dell’«in» o dell’«out». C’è quell’individuo pronto sempre a difendere il proprio gruppo, il proprio nucleo familiare e di conseguenza la società così com’è, nella preoccupazione che gli altri possano danneggiare il suo mondo.

Questo individuo è un candidato eccellente per il mondo dell’establishment e non può mai far parte di un vero movimento underground.

Molti uomini di cultura sono di questa stoffa, pronti perciò a ubbidire alla legge dell’establishment, con una grande volontà di trovarsi all’apice di un qualsiasi triangolo sociale.

Secondo quanto ho detto, è chiaro che i princìpi non galleggiano nell’aria, ma sono espressione diretta dei fatti. Non si può dividere quello che è l’uomo dai suoi princìpi che sono il perfetto riflesso di se stesso, concrete sostanze dei fatti radicati nel movimento e nello scorrere delle

protesta una alternativa culturale: sei libero di pensare, di leggere, di scrivere come ti pare. Esempio. Mariella Bettarini può scrivere a Rolando Certa dicendo che l’Antigruppo ha esaurito la sua funzione; se fosse vero significherebbe che l’Antigruppo avrebbe superato la barriera per inserirsi.

Assolutamente no. L’Antigruppo resta sempre una forza negativa anche a costo di sgretolarsi; quanto sto scrivendo prova che l’Antigruppo è sempre in azione e in continuo divenire.

L’under deve rimanere tale per permettere espressione e partecipazione a coloro i quali non l’otterranno mai in una struttura che vuole la sottomissione della parti per il compimento dell’intero.

I conflitti e i contrasti dei due sistemi dovrebbero rilevare anche ciò che è sbagliato e che non è voluto nell’underground (ciò che vale per uno, vale per l’altro). L’esistenza dell’underground e i suoi conflitti con i sistemi del mondo dovrebbero incoraggiare il mutamento e il miglioramento in entrambi i mondi. Una semplice sostituzione di posizione e di privilegio sarebbe una falsificazione dei veri scopi dell’underground.

L’underground, una volta che esiste, deve rimanere underground; deve essere espressione e partecipazione di coloro ai quali non sarebbe mai permesso esprimersi.

Chiunque è assorbito in un qualsiasi sistema stabilito non ha in sé quella volontà critica e negativa o quell’energia che scorre in una direzione anti.

Sono convinto che gli esseri umani seguono un iter naturale. È difficile per uno scrittore underground pensare che un uomo di carne e ossa come un altro possa valere più o meno dell’altro. Per questa ragione mi sono sempre dichiarato in favore del sottobosco – sottobosco non inteso

che non ha grandi mezzi per esprimersi, con quanta titubanza egli comincerà ad esprimersi mentre tutto il suo essere vibra. E tu puoi capire tutte queste cose mentre leggi o ascolti il suo componimento, tu, pubblico puoi partecipare.

Quando, invece, ti trovi davanti a un testo di un grande scrittore, vedi saltare davanti ai tuoi occhi soltanto la parola ben forbita e non trovi l’uomo che la dice.

Non puoi capire se lo scrittore crede in quello che ti sta dicendo, o se, invece, ti sta prendendo in giro perché egli è un genio, un pozzo d’intelligenza che, e vuoi seguirlo nel suo discorso, ti schernisce e si diverte a farti arrovellare il cervello.

Lo scrittore underground, invece, crede in quello che dice e che scrive. Egli certo non deve rimanere un naif di periferia, ma con la sua continua partecipazione deve, attraverso le tante esperienze, migliorarsi. E anche se il principio della precedenza al più debole lo porta avanti, con la coscienza che tutti gli uomini sono capaci di migliorare, lo scrittore underground ha l’obbligo morale di migliorare la qualità dei suoi scritti perché ciò è eticamente doveroso nei riguardi del pubblico.

E giusto che gli underground si critichino e si esortino a vicenda. Questo, non allo scopo di sottomettere l’individuo e la sua espressione, ma per aiutarlo a vedere meglio in se stesso. E logico che dentro il movimento underground esistano forze opposte, ma questo non va a svantaggio del movimento. Anzi. Ci sono quelli che insistono per un miglioramento rispetto alla qualità e quelli che resistono con la loro robusta individualità non lasciandosi condizionare o coinvolgere in un movimento che diventerebbe gruppo e che darebbe vita, di conseguenza, a un capogruppo.

Altra gente che non può mai essere Antigruppo è la razza dei professori universitari che costringono gli alunni a studiare per forza sui loro testi; essi appartengono al peggior tipo di cultura mafiosa; prima o poi arriveranno a captare la simpatia di qualche grossa casa editrice per cui il successo è sinonimo di guadagno e viceversa.

Un vero scrittore underground non dà alcuna importanza economica alle sue pubblicazioni e mai usa tale misura per determinare il valore di un altro scrittore.

Egli sa che in arte i valori sono dettati dalla verità dell’espressione.

Chi opta per l’espressione linguistica e non vuole considerare la cultura del dialetto, ha traguardi non populisti. La questione qualità – migliore o peggiore nell’Antigruppo, va collocata in un ambiente più tollerante democraticamente e prospettivamente in relazioni pedagogiche.

L’unica cosa che può augurarsi un antigruppo è l’editoria cooperativistica in seno alla quale scrittori, operatori tipografici, e lettori possono decidere sull’andamento dell’azienda e dei libri da pubblicare seguendo le regole più semplici come il fatto che lo scrittore deve pagarsi la pubblicazione del suo primo libro; se le vendite vanno bene, allora, con il ricavo, questo stesso scrittore può continuare a pubblicare; al contrario, lo scrittore che non riuscirà a vendere i suoi libri dovrà continuare a sostenere le spese per ulteriori sue pubblicazioni.

La differenza tra i due scrittori sarà solo questa. Lo stesso dovrebbe essere per tutta la periferia, una serie di punti culturali locali, lontani dal centro e posti sul cerchio massimo della ruota che gira portando alla collaborazione con altri punti periferici dando al mondo lavori validi a dimostrazione della capacità della periferia.

L’Antigruppo si è messo in contatto con movimenti come se fosse una luce che illumina le tue parti oscure e nascoste, scavando nei recessi della tua mente e del tuo io per scoprire relazioni, espressioni e atteggiamenti di te stesso che precedentemente ti erano sconosciuti. Tutto questo per aiutarti a sviluppare una parte di te stesso che esiste ma che tu ignori. Per questo motivo, lo scrittore non dovrebbe tentare di persuadere il suo uditorio. Questo significherebbe invadere le menti degli altri, una violazione delle opinioni degli altri, l’imposizione dei propri pensieri e del potere di ragionare sugli altri, lo sforzo di insistere che gli altri accettino ciò che essenzialmente appartiene allo scrittore e alla sua esperienza, non a quella dei lettori. Uno scrittore underground dovrebbe soltanto provocare il suo uditorio stimolandolo polemicamente. È una espressione di arte underground più valida di quella della persuasione, facendo si che gli altri pensino per se stessi.

Un critico può aiutare lo scrittore e il suo lettore a giudicare per se stesso, fornendogli una estetica che incoraggia fiducia nelle proprie risorse, un orgoglio nel gusto e nell’opinione individuale. Il critico non deve incoraggiare una autocritica distruttiva alla ricerca di difetti e colpe che significherebbe un’autodistruzione e un eventuale silenzio e mancanza di fiducia nei propri mezzi.

L’autocritica dovrebbe mirare alla scoperta di verità proprie e all’espressione delle proprie abilità artistiche.

Anche se la critica è essenzialmente negativa, il suo scopo dovrebbe essere il miglioramento dei valori morali ed estetici dello stesso scrittore.

Una qualsiasi utile filosofia dell’estetica o della poetica dovrebbe essere aperta sempre ad altre possibilità, in un senso pluralistico; questo significa pure che ciascuno individuo possiede intrinsecamente una angolazione e visione dell’esistenza che è diversa dagli altri con le parti, o l’intero in relazione con la parte (gruppi, individui) – prenda in considerazione soprattutto l’individuo. Esistono, s’intende, momenti di stress o di calamità durante le quali le esigenze dell’individuo vengono ignorate (terremoti, inondazioni, ecc.).

Questo significa, allora, che per la sopravvivenza dei molti, l’individuo può essere accantonato; dunque, gli interessi umani non si basano sull’individuo ma sulla razza.

Una comunità, allora, sacrifica un individuo per risparmiare la vita di altri individui.

Questo è ridicolo, ma lo stesso si continua a fare guerre. Un paradosso! Per salvare alcuni se ne sacrificano altri. Ogni individuo dovrebbe volere per gli altri quello che vuole per se stesso e, quando si tratta di fare la scelta etica di distruggere se stesso o l’altro, se la decisione gli viene imposta vuol dire che egli sta subendo una violenza; allora deciderà, per salvare se stesso, di distruggere l’altro, quello che gli impone la decisione.

In tal caso sarà distrutto colui che impone la violenza per un giusto diritto di autodifesa.

È inconcepibile, allora, che un governo razionale e etico quale quello comunista continui ad insistere che l’individuo di oggi si sacrifichi per quello di domani. Non è etico pretendere una cosa simile dagli uomini che hanno una sola vita. Sarebbe etico se il vantaggio si ottenesse in parte anche nel presente. Da questo discorso è chiaro che il comportamento del martire il quale distrugge se stesso non è etico. Cosa gli offrono gli altri per il suo sacrificio? Niente. Dunque, la sua azione è totalmente irrazionale.

C’è un altro lato di vedere l’individualismo. L’individuo il quale gode di una eccessiva libertà di azione, a danno di altri individui che lo circondano, diventa un che parla o scrive sicuro di ciò che scrive perché convinto del suo grado di superiorità, si sente irrimediabilmente schiacciato. In verità, egli, dimostra quell’innata timidezza dell’uomo consapevole delle proprie forze, dell’uomo che in certi momenti storici, trova sempre la maniera di esprimersi. E poiché sono convinto di appartenere a questa categoria di individui, mi autopropongo i seguenti consigli: 1) Se non hai una tromba, compratene una e soffiaci dentro per far sapere a tutti quello che pensi e quello che hai intenzione di fare. 2) Grida forte, sempre più forte e infine ti ascolteranno. 3) Non è vero che i giovani devono stare zitti. Anche se ancora esistono gli anziani che vogliono baciate le mani, ai giovani tocca il primo posto per parlare. 4) Cinque giovani possono travolgere un paese, cento una provincia, mille un’intera regione. Interessante essere attivi. I risultati prima saranno minimi poi s’ingrandiranno. Dopo i primi risultati altri giovani si avvicineranno a loro. 5) Qualsiasi iniziativa sia frutto di te stesso, non cercare sovvenzioni economiche dall’establishment, spendi meno denaro possibile. 6) Se vuoi durare come un insieme, non giudicare gli altri. Accantona i giudizi: il miglior giudice è quello che non giudica. 7) Se senti il bisogno di un giudizio, che venga espresso dalla persona stessa che va giudicata. 8) Che il giudizio non sia un’autocritica non desiderata. 9) Non escludere mai nessuno dalla tua attività. Lascia partecipare tutti coloro che lo vogliono di esprimersi in siciliano.

E arriviamo al punto. Posso io, siculo-americano e perciò siculo e non italiano, partecipare al concorso letterario da voi indetto?

Scherzo a parte, preferirei ricevere una risposta in proposito prima di inviarvi le copie del mio ultimo romanzo.

Cordialmente,

Nat Scammacca  Trapani

10) Fare parte fisicamente di una comunità non significa partecipare; per partecipare nel vero senso della parola è necessario apportare il contributo del proprio pensiero e delle proprie azioni accettando quello altrui. 11) Se qualcuno è più lento o ha la volontà di restare passivo accettatelo per quello che è, ma con l’intento di spronarlo. 12) Essere democratici nel vero senso della parola significa lasciare a ognuno la possibilità e la libertà d’influenzare ciò che fai; questo significa credere nella democrazia diretta. 13) Se riconosci valida la tua iniziativa, non scoraggiarti per l’insuccesso. Quando le iniziative sono più di una, anche se in conflitto fra di esse non scoraggiarti, le cose si metteranno a posto seguendo un naturale programma. Un programma a priori è indice di rigidezza. Più valida del programma a priori è l’esperienza di ogni individuo che sa adattarsi alla situazione del momento. 14) Si può essere sicuri di se stessi ricordando però che il dubbio è la fonte dell’intelligenza; chi è sempre sicuro di sè stesso cammina cieco nella fede. 15) Vuoi scoprire cosa è partecipazione? Siediti attorno a un tavolo e fai tante domande, ascolta le risposte; puoi così sapere da ognuno quello che egli sa. 16) Quando non ci sono crisi, la vita è scialba; significa che non si ha niente da dire o da risolvere. 17) In ogni uomo puoi trovare dei difetti, ma indagando, potrai anche trovare il suo lato positivo, perché anche nei peggiori degli uomini esiste sempre l’altra faccia. 18) Non chiedere a nessuno di sacrificarsi; se qualcuno vuole farlo di sua spontanea volontà, è un’altra cosa. Il sacrificio in questo caso non toglie una parte da una parte, ma aggiunge sempre qualcosa. 19) Non accettare mai consigli. 20) Ricordati che un vero siciliano deve essere conscio della propria cultura. 21) La cultura non si acquista imitando altra gente ma bisogna cercarla e scoprirla in noi stessi. Il discorso degli altri deve servire soltanto a illuminare tesori in noi stessi, stranamente rimasti segreti nell’attesa che qualcuno venisse a farceli scoprire.

XVIII

Spesso lo scrittore dà ai suoi scritti un determinato stile partendo da un atteggiamento che è desiderio di raggiungere l’obiettività, credendo che, per raggiungere un livello artistico, basti escludere il proprio io. Allora si controlla l’io dando più peso all’intelletto; si limita l’espressione fluida e spontanea, l’onda del discorso viene frenata perché circoscritta da limiti e ordini; si tratta del traguardo di una società perfetta in cui la mente controlla il cuore e i lati spontanei e volgari dell’io. Essere obiettivi significa ragionare freddamente. Il lettore davanti a un testo così obiettivo si confonde; egli lettore non riesce a capire Joyce e i Cantos di Pound – sebbene quest’ultimo non riesce mai a liberarsi completamente del suo io. Anche nel campo della pittura ci sono artisti che tendono a staccarsi dalla realtà delle cose con l’intento di esprimere una realtà pili obiettiva di quella che può cogliere il loro occhio umano, con il risultato di avvicinarsi a una produzione quasi simile a quella di un altro, dando vita a una produzione di massa.

Secondo questo ragionamento è chiaro che gli scrittori Miller, Esenin, Lawrence sono populisti; essi scrivono senza alcuna convenzione, con una propria interpretazione delle cose e dando importanza alle emozioni. In verità, si tratta dei predecessori degli scrittori underground. Essi presero un atteggiamento negativo verso la società in cui vivevano, descrivendo un mondo sconosciuto dalla maggioranza degli scrittori di quel tempo, i quali, disdegnando di penetrare negli strati più bassi della società, non potevano certo conoscerne il volto vero. Infatti, la maggioranza degli scrittori, seguendo il principio borghese di essere sempre tra i migliori, vivevano in comode case e fra gente abbiente. Soltanto qualcuno si spingeva in quell’affollato mondo populista degli stenti e dei bisogni come Chaucer.

E chiaro che nel nostro periodo l’establishment tenti più di prima di manovrare il popolo attraverso la stampa con giornali che sembrano usare il linguaggio parlato. Editori vampiri cercano di fare altrettanto con libri che finiscono in mano all’uomo comune, per non parlare di quella disgustosa stampa dei fumetti che penetra nel popolo a tutti i livelli. Lo stesso gioco fanno gli uomini politici quando usano parole come pluralismo, populismo, ecc., parole fino a poco tempo fa usate solo dagli scrittori underground. Si cerca così di svuotarne il contenuto a scapito della battaglia underground.

A mio parere, una strada che lo scrittore potrebbe oggi intraprendere sarebbe quella di descrivere le relazioni tra mondo oggettivo e mondo soggettivo; si raggiungerebbe un discorso artistico più completo e comprensibile per tutti. Logico che la descrizione obiettiva delle cose esterne non è facile. Ma la descrizione delle relazioni tra mondo soggettivo e oggettivo è possibile; infatti, pure essendo incapaci di descrivere un pianeta non conosciuto nel sistema solare, si può indovinare e descrivere le influenze fisiche che esso esercita sui corpi celesti. Spesso gli scrittori oggettivisti d’avanguardia, come Joyce, desiderano descrivere il pianeta e non le sue influenze, allora, nel tentativo di essere obiettivi e impersonali, descrivono qualcosa che non fa parte del loro mondo e che è una irrealtà.

Al contrario, lo scrittore che vuole descrivere le relazioni tra mondo obiettivo e mondo soggettivo, ha un vasto campo in cui destreggiarsi per allargare la sua conoscenza e la sua arte.

Penso che la nostra esistenza, il nostro universo abbiano avuto con il Big Bang, un tipo di attività primordiale prima ancora che l’universo si sia manifestato in luce, stelle, galassie. L’espansione, secondo gli astronomi, può essere controllata in equazioni matematiche a secondo la distanza delle galassie partendo dalla nostra posizione nello spazio. Accettando, dunque, questi due principi, quello del Big Bang e dell’espansione, si potrebbe concludere che l’universo ha pure la sua fine, cioè un allungarsi nello spazio mentre le parti perderebbero contatto tra di esse. Per i greci, una linea retta veniva concepita in modo che, estendendosi all’infinito, sarebbe sempre rimasta una linea retta. In seguito Einstein afferma che non esistono linee rette; un qualsiasi elemento dello spazio andando avanti come linea retta muterebbe la traiettoria in una graduale curva, completando così l’universo che diventa chiuso e non infinitamente aperto; limitato perciò, nello spazio, nel tempo e nella quantità di contenuto. Su questo pensiero di Einstein si basa il principio di un universo ripetitivo; l’acme dell’universo che si espande e il giro di ritorno che si ripete continuamente, volontà che decide il flusso e l’autodistruzione, in modo che ci sia di nuovo un principio; e le cose si ripeteranno, in tal caso, senza saperlo. Questa sarà la libertà e la volontà libera di continuare e di essere ancora, volontà libera del cosmo e la nostra volontà libera di individui nel nostro agire, di evoluzione verso un punto futuro più alto del cosmo su una costante curva verso l’ultima decisione di imperfezione consapevole che la perfezione è la fine totale di ogni cosa. L’imperfezione, nostra volontà libera di essere a causa di un atto di non intervento.

Un ripetersi che porterebbe il principio alla fine e la fine al principio, in due movimenti diversi, quello dell’espansione e quello della contrazione. In un simile universo viene spontaneo chiedersi se tutto si ripete con qualche variazione o meno.

XIX

C’è da chiedersi se queste particelle etere che ondeggiano abbiano avuto una forma a priori data da un essere superiore che lo ha stabilito o che l’abbiano scelta da se stesse tra infinite forme. Supponiamo che scegliere tra infinite possibilità – queste e non quelle – sia impossibile (quale legge o condizione detterebbe la scelta?); allora significa, perché più logico, che tutto comincia con una particolare forma a priori dell’universo.

Ma la priorità di questa forma non comporta necessariamente che i fotoni siano identici; ognuno di questi fotoni è unico, non potendo esistere l’identicità perché esistendo potrebbe essere più o meno in espansione o in contrazione seguendo una legge della differenza delle forme. Non soltanto differenza di posizione ed eventualmente anche di apparente movimento che è beccheggio, ma pure questo. E finzione pensare che esiste l’identicità assoluta perché anche se due cose sono simili, questa non è quella e quella non è questa; per avere identicità, le due cose dovrebbero occupare lo stesso posto anche in un mondo assoluto e questo è impossibile che non ha movimento relativo. Si tratterebbe di un mondo assoluto perché non cambia posizione sotto l’apparente esistenza relativa imperfetta, che è l’ondeggiare dell’etere immobile; viene esclusa così ogni possibile identicità nello spazio. Una specie di unicità nello spazio dato che la particella fotone è soltanto se stessa e ha quella caratteristica di se stessa. A causa dei campi magnetici elettrici e quelli di gravità si può dire, allora, che queste particelle etere, a volte, oltre che lo spin e un tipo di beccheggio, hanno delle contrazioni e delle dilatazioni.

In questo nostro tipo di universo, guardando all’evoluzione delle cose tendenti a un acme, notiamo che la vita nel suo divenire, diventa sempre più complessa e più intelligente. Questo è dovuto a una innata capacità di evolversi delle cose senza che la vita sia un semplice fortunoso avvenimento, ma tendenza a una curva, energia di un corpo celeste che influenza un altro corpo celeste e inspiegabilmente crea la gravità per cui gli elementi di un corpo qualsiasi, invece di disgregarsi, rimangono uniti; questa vitalità delle cose possiamo chiamarla volontà di esistere?

Una galassia, nell’attraversare lo spazio, esprime una volontà e prende una posizione; una stella si tiene equidistante da un’altra stella armoniosamente. La stessa cosa avviene per qualunque cosa viva e non viva; anche la pietra ha un suo modo di essere perché esprime pure una volontà delle molecole che la formano; esse stanno insieme influenzandosi vicendevolmente. Lo stesso movimento, quando è abbinato a materia, è volontà.

Supponiamo che questo tipo di universo ricorrente giunga a forme altissime di vita, forme più evolute dell’uomo stesso; è probabile, infatti, lo sviluppo a livelli alti che a livelli più semplici. Si potrebbe, allora, pensare che la forma di vita, sviluppata e giunta all’acme, abbia esaurito ogni esperienza per passare da una forma fisica a una metafisica, da una forma imperfetta a una forma perfetta. Non ci sarebbe alcun motivo perché esseri evoluti al massimo dovessero ripetere un’attività fisica già ripetuta; essi, infatti, sarebbero a un tale livello da poter, con la loro volontà, mutare tutto: l’inizio e la fine dello stesso universo, oppure fermare tutto nella perfezione assoluta.

A questo punto la sopravvivenza di un essere perfetto non avrebbe senso. La perfezione di per se stessa significherebbe la non evoluzione. Stando così le cose sembra che questi tipi di esseri imperfetti abbiano deciso di non cambiare niente; ma in tal modo, essi permettono con la loro stessa decisione, di ricominciare di nuovo, lasciando che le cose inizino e finiscano in un arco e che questo ripetersi delle cose non abbia il nome destino (nel senso greco) che esclude la volontà. Quella volontà dell’essere superiore, evoluto al massimo, di lasciare le cose come sono, collima con la nostra libera volontà, in quanto noi, nella fase dell’evoluzione tendiamo a quella decisione che è la stessa dell’essere superiore e della sua volontà di non intervenire. Un evolversi verso la perfezione e un intervento significherebbe la fine della nostra libera volontà. Tutto quello che facciamo è un ripetersi del ripetersi, anche se noi non lo sappiamo, nel senso che non possiamo averne l’esperienza. L’impossibilità di conoscere tale esperienza come ripetuta è dovuta al fatto che la mia esperienza si svolge in un determinato spazio e in un determinato tempo. Anche se la stessa esperienza si ripeterà, essa si ripeterà in un altro tempo e in un altro spazio.Alcuni princìpi dell’Antigruppo sono espressi nei 21 punti, essi riflettono il desiderio di una formazione locale; essi non rappresentano però una rigida regola in quanto vengono presentati all’uditorio sempre con qualche mutamento; il mutamento è la vera regola dell’Antigruppo che, in verità, ogni indivuduo sente da se stesso. Infatti, non si può, o meglio, non si deve ubbidire a regole e a capigruppo.

Chi cerca di sopravvalutare se stesso e perpetuarsi come principio o come privilegio, cercando di convincere gli altri che non possono avere in se stessi quelle qualità che ha lui è sempre un interessato.

L’inganno principale di una società che dà valore ai privilegiati è quel volere emulare questi quanto è più possibile in un desiderio di scoprire somiglianze invece che differenze; un qualsiasi movimento culturale per essere tale, deve, invece, tendere alle differenze di pensiero, lo stesso dicasi per i governi locali se questi vogliono portare avanti la cultura dei vari popoli.

XX

Per secoli, la ricerca della verità è stata una specie di inganno, un errore del pensiero umano. Questa ricerca infatti, è stata sempre portata avanti in maniera antidemocratica e autoritaria. I pochi privilegiati che decidono e che governano hanno sempre parlato ai plurale maestatis; ma il loro pensiero non è stato mai il riflesso di quello della maggioranza. Per la stessa ragione il linguaggio usato ha il valore che danno ad esso i pochi, in quanto per i molti ha un altro significato dovuto alle esperienze e alle aspirazioni diverse da quello dei pochi.

Nel fondamentale processo del pensiero di uno scrittore sta il fatto che ognuno debba accettare la volontà dell’altro, non imponendo la propria realtà e la propria esperienza, i propri principi e il proprio linguaggio. L’atteggiamento dello scrittore o del poeta che si esprime detta la forma che va sviluppandosi con la stesura del contenuto.

Una cosa che gli italiani non apprezzano è l’importanza dell’espressione artistica locale, dialettale, personale; si tratta di espressione che dà bellezza al componimento e la consapevolezza allo scrittore di seguire se stesso nella tristezza, nell’euforia, ecc…

La ricerca di un traguardo impersonale e oggettivo significherebbe storpiatura linguistica dell’espressione, in quanto le parole non sono altro che la sublimazione degli atteggiamenti; se si ignorano i propri atteggiamenti, allora, potrebbero andare bene le parole di un computer. Il risultato sarebbe talmente impersonale da stancare il lettore. Ecco perché l’espressione specializzata e letteraria porta all’incomunicabilità.

Poiché l’artista non è perfetto e non è perfetto nemmeno il lettore, a che può servire, per intendersi, la specializzazione. Basta avere fiducia nella propria maniera di esprimersi perché diventi più facile raggiungere l’uditorio, questa la ragione perché l’artista deve basarsi sulle proprie esperienze anche se apparentemente ciò potrebbe sembrare presunzione.

Non mi stancherò mai di ripetere che ogni individuo ha la capacità di esprimersi artisticamente e perciò va incoraggiato ad esprimersi sin dalla nascita e, dove finisce il rapporto con la famiglia, lo stesso incoraggiamento deve averlo a scuola e poi in seno alla società. Nel campo della poesia possiamo affermare che ci sono molti poeti in erba; a essi va tutto l’incoraggiamento da parte dei più affermati in quanto ciò che dice uno che è piccolo può avere la stessa importanza di un altro che è più grande.

Si tratta di un processo di valorizzazione dell’individuo piccolo o grande che esso sia.

Anche se si tratta di descrivere fatti comuni e ovvi, si raggiunge un livello artistico quando si riesce a far sì che l’uditorio trovi il valore in ciò che prima non aveva saputo valorizzare, perché non si era soffermato a valutarne l’importanza.

La poesia è sempre la ricerca dell’esistenza e dell’uomo nell’esistenza.

XXII

Troppe volte l’Antigruppo è stato accusato di trovarsi nel caos e nella confusione, e questo in senso deleterio. C’è stato uno sforzo per chiarire la necessità di disciplina e ordine, suggerimenti atti a bloccare i feroci attacchi antigruppo in modo che la critica antigruppo ritorni a scorrere dentro le usuali forme più miti del “the gentleman’s agreement”. Un comportamento accettato nel giro letterario, così che limitando la nostra polemica a generalizzazioni contemplative e filosofiche (vedi Leonardo Sciascia), alla fine non si danneggia nessuno in particolare e si permette a tutti di continuare allegramente il proprio cammino facendo, agendo e dicendo le stesse cose di sempre senza alcun mutamento.

Qualsiasi elemento, che si muove attraverso lo spazio, qualsiasi entità o corpo, che possiamo dire indipendente, si muove in una direzione particolare provando così che ha almeno la forza originale di asserirsi, con una forza che possiamo chiamare volontà di essere. Questo è un movimento che resisterà a qualsiasi altra forza opposta che tende a deviarla e forzarla dalla sua originale linea di movimento e direzione. Quando due particelle di questo tipo si incontrano, si sviluppa una relazione e quando più di due s’incontrano si sviluppa una interrelazione. Tuttavia continuano tutte a muoversi sulle loro traettorie come prima, ma con una certa modificazione nella loro linea di movimento e direzione. Questo mutamento, questa modificazione sono trasmessi attraverso un immobile etere di particelle, le particelle moventi essendo soltanto un effetto di onda oscillante delle stesse particelle immobili che si contorcono sui propri assi.

Quando un certo numero di elementi o corpi agiscono l’uno sull’altro si creano poco alla volta sistemi come un cervello, una galassia, un universo o semplicemente l’io che io sono in me. Nell’essere umano, però c’è un quid in più: la coscienza di essere un insieme che è cosa unica con volontà unica. La nostra coscienza, essendo una sola entità sebbene composta di molti movimenti con interrelazioni tra di loro, è un soggetto che è particolare e possiede forza di volontà, organizzazione, e sistema di innumerevoli interrelazioni organiche e inorganiche. Spezzare queste interrelazioni (Intergruppo di Terminelli) significherebbe annullare una delle volontà che si esprime in un particolare movimento. Caos, allora, è  forse l’originale  espressione di queste diverse semplici volontà locali, ciascuna tendente a muoversi secondo la sua corsa particolare ancora non imbrigliata in una associazione di interrelazione. Caos, che non è mai veramente inutile ma assoluta- mente necessario a corpi aventi scopo e che non può mai essere eliminato dalle loro strutture senza la distruzione del loro ordine. Questo caos è l’espressione locale del movimento di un numero di entità o di singoli corpi nello spazio e nel tempo che, se modificati da altri corpi, formano una serie di relazioni e interrelazioni che riflettono un certo ordine posizionale armonioso. Ordine, perciò, è il diretto riflesso del caos ma pure di forme e onde a priori; il riflesso di un numero di volontà individualistiche senza le quali noi non avremmo mai l’esistenza armoniosa di posizione democraticamente spaziata, ciascuna avente approssimativamente la stessa area, così da essere capace di muoversi con una libertà relativa dentro il sistema.

Quando c’è un eccessivo asserirsi delle volontà d’una delle parti (sia per qualità o per pazzia), che spinge eccessivamente in una direzione, si sviluppano aberrazioni, malattie mentali che diventano rampanti tirannie, dittature e aristocrazie. Pertanto le aree periferiche perdono la loro libertà di espressione e anche la loro libertà di movimento.

Nel firmamento, movimento e forza espressi in una direzione particolare sono risultati disastrosi buchi neri che considero caos assoluto perché la materia non può esprimersi né comunicare con il resto dell’universo nelle due direzioni necessarie per interrelazioni.

Queste due direzioni sono espresse in forza centrifuga e forza centripeta. Entrambe sono componenti necessarie per la strutturazione di qualsiasi sistema. Invece con un buco nero non c’è alcun possibile contatto tra una parte di creazione e l’altra.

Nell’Antigruppo la forza centrifuga, che è apertamente pluralistica e tollerante è una forza necessaria, ma non può essere una lunga relazione se le si permette di agire sola. Un’altra forza è necessaria, una forza centripeta che tende a tirare la forza centrifuga in una isola chiusa di relazione di gruppo attraverso la selezione di qualità e similarità.

La coesistenza delle due forze dà per risultato un gruppo aperto o un Antigruppo.

Per concludere, qualsiasi raggruppamento di movimenti culturali anti e antigruppo deve prendere in considerazione la differenza delle varie parti; parti che sono intere e non parte di un intero o di un gruppo. Così l’artista che è un intero non può mai essere parte di un altro corpus organico, psicologico, o intellettuale, in quanto di per sé stesso un intero sistema che possiede vari livelli di espressione e di specializzazioni organiche che sono idealmente funzionali ai suoi bisogni.

Nell’Antigruppo, le forze opposte creano la giusta tensione necessaria per neutralizzare princìpi e poetiche unilaterali; un certo disordine è necessario per l’espressione significativa di un ordine democraticamente armonioso. Alla base della disciplina della democrazia diretta è il sacrosanto diritto della partecipazione di tutte queste parti che sono intere, perciò, 1’esistenza del disordine, un caos che è una associazione di forze opposte che spingono le une contro le altre nell’espressione di competizione tollerante e polemica di individui liberi.

Se una di queste forze intellettuali venisse meno all’Antigruppo, l’intolleranza sbilancerebbe l’intera relazione e i vari movimenti, coinvolgendoli in una particolare direzione, risultando in un eccessivo ordine di un gruppo esclusivo e chiuso.

Il caos dunque è riflesso dell’ordine e un vero ordine armonioso è riflesso del caos.

XXIII

Si pensa che l’opinione pubblica sia opinione di molti e si ignora completamente l’opinione popolare che è opinione dei più. Per gli eletti è conveniente affermare che l’opinione popolare non esiste perché solamente forza potenziale e inarticolata.

Io, da scrittore populista, non accetto tale conclusione, ma cerco di soffermarmi su alcuni particolari per evidenziare che questa cosiddetta potenzialità è, in verità, una forza popolare esistente.

È cosa risaputa che viene ascoltato chi ha i mezzi per farsi ascoltare e perciò il più forte entrato a far parte della cerchia degli eletti. Gli scrittori e giornalisti sanno benissimo però, che sono proprio loro gli artefici dell’opinione pubblica in quanto essa viene articolata con i mezzi di diffusione quali giornali, riviste, case editrici, radio e televisione e che solo qualche volta riescono a convincere e perciò a violentare le masse.

I governanti hanno tutto l’interesse di prendere per buono quella opinione pubblica formata da chi controlla i mass media, ma commettono un grave errore quando non si curano dell’opinione popolare che non può manifestarsi perché priva di mezzi di comunicazione e di diffusione. Ma come si può affermare inesistente ciò che pensa un operaio, un contadino, uno studente? La loro è un’opinione che scaturisce da determinate relazioni umane, risultanti dal continuo contatto con la realtà. L’incapacità di risolvere i problemi non annulla la possibilità di pensare e di avere un’opinione che rimane periferica perché non divulgata per mancanza di mezzi.

Ma poiché agli eletti fa comodo continuare a credere che l’opinione pubblica sia opinione di massa continuano a lasciare carta bianca a chi, essendo a loro servizio, martella con le proprie idee la gente. Infatti, l’opinione pubblica riguarda sempre un dato interesse e serve a mettere in risalto quel problema che interessa ai pochi.

A mio parere, l’indagine Doxa, per esempio, non ha gran valore poiché il fatto su cui s’indaga non tocca mai da vicino i problemi che veramente interessano il popolo. Si può dunque affermare che l’indagine si riduce a una domanda stupida cui fa eco una risposta stupida. L’opinione pubblica s’interessa di problemi epidermici, limitati nel tempo, e perciò effimeri. Si provi, invece, a chiedere a un uomo affamato se ha fame: egli risponderà con una risposta precisa: «sì, ho fame». Un’indagine su questo argomento si baserebbe su fatti concreti, dunque gli eletti non la portano avanti. L’opinione popolare è costante e duratura; esisteva ai tempi di Omero, esiste oggi. Dipende dallo scrittore o dallo storico tenerla in conto o proporla. Uno storico come Livio, nei suoi scritti sulla lotta di classe ai tempi dei Romani mette in risalto la presenza dell’opinione popolare. Tacito, invece, si affida all’opinione pubblica con il risultato di scrivere ciò che volevano i potenti.

Oggi, molti scrittori stanno nell’esatta posizione di Tacito. Non solo la storia, ma anche la filosofia rispecchia più l’opinione pubblica che l’opinione popolare. Se prendiamo in considerazione alcuni testi di saggistica o di etica, ci accorgiamo subito che quasi sempre gli autori appartengono a classi privilegiate, del resto anche Hegel e Marx facevano parte di famiglie elette. Aristotele nei suoi discorsi non fa altro che riporre la sua fiducia nel monarca perché il caos di molti, secondo lui, è da disprezzare; la confusione, per Aristotele non può mai dare quale frutto la disciplina che protegge gli abbienti. Sono sicuro che se Aristotele fosse nato schiavo non avrebbe certamente ragionato in tal modo. Anche a voler parlare di democrazia, egli non sarebbe stato mai dalla parte dei diseredati. È come dire che la gente umile non ha cervello per pensare. A base delle opinioni stanno, naturalmente, ragioni intellettive e ragioni passionali. A mio avviso, sono più attendibili le opinioni che scaturiscono da motivi passionali in quanto quelle che hanno come base la ragione intellettiva sono sempre frutto di una serie di processi e di sviluppi che si allontanano dalla verità.

Un esempio di opinione pubblica fu la propaganda fascista; ciò che le radio e i giornali strombazzavano in Italia e in Germania non collimava per niente col pensiero dell’uomo comune tedesco o italiano che cercava di resistere alla violenza dell’informazione. Questo è uno dei casi più chiari e lampanti per capire che l’opinione pubblica cerca d’ingannare a discapito di quella popolare e populista.

È naturale in periodo di democrazia, che l’opinione popolare trovi quegli scrittori populisti pronti a diffonderla in modo che essa gareggi con quella pubblica già articolata.

Quando il critico eletto afferma che il popolo non sa quello che vuole, mentre l’opinione pubblica lo sa, è chiaro che si tratta di una interpretazione che falsifica i fatti. Quale gruppo di governanti è venuto mai a chiedere al popolo come vuole che vengano impostate le cose? L’uomo del popolo, l’uomo comune, vuole una bella casa come quella che posseggono gli eletti, vuole vestirsi e mangiare come gli eletti. Ecco perché gli eletti non incoraggiano l’opinione popolare, perché andrebbe a loro svantaggio.

Il primo assertore dell’opinione populista fu Gesù di Nazaret. Egli diede l’idea di un capovolgimento dei valori e incoraggiò gli umili ad essere orgogliosi e a pretendere la divisione dei beni; il suo discorso però fu poi travisato dai potenti e dall’establishment mettendo in risalto più che il ribellismo, la pazienza e la sopportazione dettate dell’amore cristiano (altro esempio di opinione pubblica).

Oggi negli anni ’80 l’opinione pubblica reclama più ordine e più controllo, ma io ho parlato con la gente del popolo e ho sentito: “certo che io povero lavoratore cammino di notte e di giorno, ma nessuno mi importuna, mi segue o mi sequestra. Se ci sono famiglie che possiedono miliardi che li sborsino pure”.

Misera soddisfazione dei poveri?

Anche questo è un caso in cui l’opinione pubblica è molto diversa da quella popolare.

Prima pagina di “la Repubblica ” del 13 aprile 1996.

La critica sull’ammucchiata continua e l’idea del disegno anche. La forza rappresentata è sempre quella centripeta perché non si reputa, al momento, che l’esistenza delle due forze – centrìpeta e centrifuga – danno equilibrio e possibilità democratica di sopravvivenza, ciò che invece sostiene la filosofia dell’Antigruppo.

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