Franca Alaimo

LA GINECOCRAZIA NELLA SICILIA OMERICA

di Franca Alaimo

La preponderanza dei personaggi femminili nell’Odissea rispetto all’Iliade fece concludere al
Bentley, già nel 1700, che il racconto dei viaggi di Ulisse non era stato scritto da Omero per
un pubblico maschile, ma, poco più di un secolo dopo, il Butler osservava che gli sembrava
strano che un sì grande capolavoro della letteratura fosse stato composto da un uomo

principalmente per soddisfare i gusti di un uditorio femminile, e, sulla base di una serie di osserva
zioni, frutto di una lettura molto attenta e personale del testo, giungeva alla conclusione che
fosse una poetessa siciliana l’autrice dell’Odissea; ed addirittura il Graves, che ne condivide
la tesi, vuole vedere in Nausicaa, la deliziosa figlia di Alcinoo, il personaggio in cui l’autrice
si identifica.

Una tesi, questa, singolare ed affascinante, che non presenta ostacoli di natura storica, poiché
molte furono, secondo autorevoli testimonianze, le poetesse famose nell’antichità; ma che
personalmente non riesco a condividere.

Perché, se è vero che la donna ha nell’Odissea un ruolo determinante nella trama degli
eventi e godono anche di rispetto e considerazione, appaiono, però, sottomesse alla volontà
dell’uomo, se non addirittura degli strumenti necessari per la realizzazione del suo destino.
Perfino Circe e Calipso, che vivono lontane dall’Olimpo, in piccole isole avvolte da un’atmosfera
sfera magica, più che dee. sono donne-amanti, pronte alla comprensione ed al sacrificio di sé.
Così, quando Ermes ordina a Calipso di lasciare andare Odisseo, ella, dapprima, “rabbrividi-
sce”, ma poi si piega alla volontà del dio e fa di tutto per aiutare l’amato a realizzare il suo
destino; e Circe, la terribile, placa ed ammorbidisce la sua crudeltà, e, innamoratasi di Ulisse,
si dimostra generosa e protettiva.

La stessa dea Atena, deposte le insegne della sua autorità (elmo ed egida) si rivela quale dea
delle arti e delle opere femminili, ma soprattutto si riveste delle qualità tipiche d’una madre e
cerca in ogni modo di aiutare il suo protetto.

Tutte le donne dell’Odissea mettono al centro della propria vita l’uomo, eppure nessuna di
esse sembra possedere la chiave per conquistare il cuore di Odisseo, che appare distaccato,
incapace di una vera comunicazione, interessato ed usarle a suo vantaggio, in conformità alla
mentalità dell’autore, vissuto in un’età che tiene in considerazione la donna, ma assegna
preminenza e potere all’uomo.

Tuttavia i personaggi di Circe, Nausicaa. Arete e anche, per qualche aspetto, Penelope
posseggono delle caratteristiche che ci riconducono ad una tradizione, ormai remota, quando
la società poggiava sui principi del matriarcato ed altro era lo status sociale e giuridico della
donna.

Per questo la società, come l’ha descritto l’autore dell’Odissea, può essere letta come quella in
cui il patriarcato (Laerte – Ulisse – Telemaco) si è già solidamente affermato sul matriarcato
(Circe, Arete, Nausicaa), del quale tuttavia ha conservato alcune consuetudini ed atteggia-
menti.

Basta esaminare la posizione di Penelope che sopporta lo scempio che dei beni di Ulisse
fanno i Proci in attesa che il figlio raggiunga l’efebìa e possa essere in grado di assumerne la
direzione e l’amministrazione e, quindi, ereditare il trono del padre.

E quella di Alcinoo, che, secondo le parole della figlia Nausicaa “tra i Feaci, regge la forza ed
il potere”: Anche nella gerarchia celeste, Era ha perduto ogni preminenza ed è sempre men-
zionata come la moglie di Zeus, ed Atena cerca l’approvazione e l’appoggio del padre per la
realizzazione dei suoi piani; ma Zeus non tiene affatto conto della predilizione della figlia
verso l’eroe, quando, avendo i suoi compagni rubato ed ucciso le vacche sacre al Sole, puni-

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sce senz’altro Ulisse, scatenando unti terribile tempesta.

Ora le “forme di vita ginecocratica appaiono soprattutto proprie delle genti che si contrappon-
gono, come stirpi più antiche, ai popoli greci; esse sono parti essenziali di quella civiltà
originaria le cui caratteristiche si rivelano connesse alla sovranità del principio materno,
quanto le caratteristiche della civiltà ellenica alla sovranità del principio paterno.” (1)

E. poiché a questo punto ci interessa sapere se la civiltà ginecocratica potè essere diffusa in
Sicilia, visto che questa la lesi che desidero portare avanti, citerò la testimonianza di Polibio
(2). che parla di una genealogia matriarcale di cento làmiglie nobili a Locri Kpizefiri, per poi
ricordare che da quell’nrea geografica discesero in ondale successive sia i Sieani che i Siculi,
se vogliamo seguire la tesi di A. Ilolm, che la deduce non solo dalle testimonianze di alcuni
storiografi classici, ma anche da acute osservazioni di carattere filosofico.

I- che la Sicania sia la terra dei Feaci ce lo conferma lo stesso Odisseo: “Ma un demone mi ha
deviato dalla Sicania e spinto qui contro voglia ‘. Quindi possiamo dedurre che ia ginecocra-
zia continuasse ad imperare nella Sicania. almeno fino alla colonizzazione greca, clic dovette,
poi. ribaltare quest’assetto sociale.

Vicino n Palermo, secondo la testimonianza di Posidonio e Diodoro, i Cretesi, che ebbero
moke ed importanti relazioni culturali e commerciali con l’isola fin da tempi antichissimi,
costruirono ad (Engino, ora Ganci) un santuario, venerato fino a tarda età delle untopes che
nutrirono Zeus bambino.

( tra le unlepes cretesi clic salvano il dio bambino rappresentano, probabilmente, il momento
Jel superamento deH’antropol’agismo. poiché Zeus è sottratto a Cronos che divorava i suoi
tìgli, ed il passaggio ni matriarcato ed ai valori ed esso legati.

!• nel tempio di Eggiov si mostravano lance ed elmi di bronzo, offerte votive di Merione,
mparcntalo con Minosse, e di l lis.se. vii cui recavano i nomi.

b per andare un pò indict-o nel tempo, una leggenda narrava che furono i C retesi di Engione
che diedero ricovero ad altri C relesi, ai compagni Ji Merione. i quali, ritornando da Troia
erano stati spinti in Sicilia; e questa leggenda sembri rifarsi Ulisse, quando racconta un pò di
pseudo-bugie ad Eum.cc. dicendo di essere un marinaio cretese (dell’ampia Creta mi vanto
d’essere stirpe j.

Ma su questo punto tornerò più tordi per appoggiare la tesi dell’identificazione di Selleria con
I Va pani.

Del resto l’influenza della civiltà cretese si manifesta ampiamente nella società omerica, dove
le donne conservano ancora qualcuna delle, libertà :li cui godevano a Creta e in seguilo
ncH’area di diffusione della civiltà micenea in genere Nausicaa anche se in compagnia di
alcune ancelle, può allontanarsi da casa pei molte ore: Penelope, Arete. Eletta possono sedere
nel megaron insieme agli uomini.

Dunque tornando al matriarcato, dicevo che in Omero c’è ancora il ricordo di una civiltà al
femminile, in cui. come dice il ffachofcn. ’alla supcriore forza fisica dell’uomo la donna
oppose l’influenza possente della sua sacralità religiosa, al principio della violenza quello

della pace ( guidando l’esistenza selvaggia a quella norma della vita più serena.”

Si possono leggere anche così la forza e la selvatichezza del ciclope Polifeino. abitatore del
monte lìrico, con cui Alcinoo è imparentalo: cioè, ad una civiltà selvaggia clic caratterizza i
pumi abitatori della Sicilia: i Giganti, da cui si vanta di discendere il re dei feaei. i c iclopi, i
Lestrigoni (secondo la testimonianza di lucidile, ripresa dal lazello. dal CI uve rio ed altri)

i. J HiK’Ikikn. Il io »iiinii.il;:                           munii      rotimi

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l’usi.li ini:) Pii II., v I I. p 2~

uililu.tr,,. «¡lorica. IV. I !*■• K \ M. I

succede un periodo di matriarcato, origine di un processo di civilizzazione.

Nel VI (4-8) libro dell’Odissea cosi si legge a proposito dei Feaci: “Questi vivevano prima
nella spaziosa Iperea, vicino ai Ciclopi, uomini tracotanti che li depredevano, li superavano in
forza. Di là li fece partire Nausitoo simile a un dio, lì stabilì a Scherìa, lontano dagli uomini
industriosi.”

Mi sia consentito, a questo punto, aprire una piccola disgressione, citando il Vetrano: “In
un’epoca remota si svilupparono in Sicilia due gruppi etnici: gli uni addetti alla pastorizia e
cultura agricola (con sedi su monti ed alture in genere) gli altri al commercio (da capo Lilibeo
a capo Pachino) e si chiamarono Phelag, di statura più piccola e bruna ( così è caratterizzato
Ulisse). Nella Odissea i Phelag vengono chiamati Feaci.”

Moglie di Alcinoo, re dei Phelag-Feaci, è Arete.

La venerazione quasi divina tributatele e la sacralità delle sue parole furono erroneamente
considerate da Eustazio ( Commentarii ad Homeri Iliadem et Odisseam) “tocchi poetici di una
fiaba che rientrava nell’ambito delle invenzioni fantastiche” ed invece vanno lette “come
l’espressione di una perfetta ginecocrazia (che già mostra i suoi segni di crisi, aggiungo)
interamente basata su fondamenti culturali con tutte le benedizioni e tutta la bellezza che essa
può arrecare all’esistenza di un popolo,” (1)

Anche il Prof. Eugenio Manni nella sia “Sicilia pagana” afferma che anticamente nell’isola di
Sicilia vigeva il matriarcato ed il Vetrano ne conferma la tesi aggiungendo che proprio il
capitolo dell’Odissea che riguarda la regina Arete può considerarsi un documento a favore.
Quindi scrive: “dopo millenni ancora oggi l’idea matriarcale continua a sopravvivere nel
popolo siciliano. Ne sono testimonianza il rispetto di cui gode la donna in seno alla famiglia e
la grande venerazione per la Madonna e le “Santuzze”.”

Tuttavia Arete non possiede già più il potere, perchè è il marito Alcinoo ad esercitarlo piena-
mente.

C’è, insomma, come detto prima, l’avvento del predominio dell’elemento maschile, ma
addolcito dalle opposte qualità femminili.

Lo stesso Odisseo, infatti, non è solo celebrato come un uomo forte, astuto, valoroso, ma
possiede anche quelle qualità che lo rendono desiderabile ad una donna, ed è splendente di
grazia e di bellezza, buono, sincero, inventivo, e suscita attorno a sè la pietà per l’esule e
l’ammirazione per l’uomo tenace e coraggioso. E’ come se l’autore del poema volesse “vedere
le qualità del suo eroe dalla prospettiva femminile”. (3)

E, quando egli si congeda dalla corte dei Feaci. augura ai maschi che possano rendere felici le
spose ed i tìgli: ( e anche a voi, stando qui, possiate far liete le spose vostre ed i figli.)
Significativo di questo equilibrio tra autorità maschile ed autorevolezza femminile a Scherìa
(che il Butler ed il Pocock identificano, senza ombra di dubbio, con Trapani) è il fatto che in
campo religioso c’è una convivenza fra una divinità maschile ed una femminile: Venere che
ha sul monte Erice il suo tempio (dal quale si fa riferimento solo indirettamente) e a Nettuno
che ha il suo tempio nella piazza di Scheria. (VI, 266)

Ora entrambi gli dei sono legati al popolo fenicio, più volte nominato da Odisseo e che
certamente si mescolò ai popoli della Sicania in tempi remoti.

Ancora: Nettuno è il padre di Polifemo, di Trinacro e di Sichelo e anche dei Lestrigoni,
attribuiti da alcuni scrittori (tra cui Diodoro Siculo) alla Sicilia.

F. Vetrano, 1 Sicani, Palumbo, Palermo.
1) Bachofen J, J., op. cit.
2) Odiss, VI, 237
3) C. Cesareo, Odisseo c le donne; Palumbo, Palermo
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E quanto al tempio di Venere Kricina. dice Strnbone: “Molte erano le schiave che si prostitui-
vano per voto alla dea con i Siculi e con lutti i forestieri, che ivi capitavano e, per conseguen-
za, El ice era popolatissima di nomini, per lo più marinai, ricci» e prodighi del loro denaro.”

A questa usanza fa riferimento, sia pure indiretto. Nausicaa, mettendo subito in rilievo la
propria verginità e quella delle sue ancelle.

In questo senso leggere le parole di Nausicaa:

(nò alcuno degli uomini stranieri ha relazioni con noi, clic il Pocock non riesce a spiegarsi,
visto clic più avanti si parla invece della prerogativa dei feaci di concedere dei lasciapassare
a tutti gli uomini che giungono là.)

A me sembra che Nausicaa. che ha rivelato tutta In sua pudicizia già nel colloquio con il

padre, si serva di questa espressione, dove il verbo…………………………………. riprende…………….. il                di v. 136, per

fare capire ad Ulisse che nò lei, né le fanciulle del seguito sono disponibili ad incontri

sessuali con uomini sconosciuti. Molto probabilmente il……………………………………. di v. 136 indica in Ulisse

soltanto la voglia di “presentarsi”, di “mischiarsi” tra le fanciulle; sarebbe difficile, infatti,
immaginare un appetito sessuale, dopo un cosi lungo sfinimento fisico. Ma Nausicaa può
avere interpretato altrimenti il suo slancio c torse vuole tranquillizzare le ancelle, che sono
fuggite spaventate. Tutto ciò è possibile, visto che il verbo………………………………… è più volte usato dall’au-

tore per indicare un rapporto intimo.

E più avanti, quando raccomanda ad Ulisse di recarsi a piedi alla reggia patema, giustifica
questa sua apparente scortesia, dicendo: (VI, 273-4) “Voglio sfuggire alle loro chiacchere
amare, nessuno mi sussurri alle spalle. Sono molto sfacciati tra il popolo.” Ed è significativo

anche il nome stesso della regina Arde, che ricalca il vocabolo……………………………….. e     che          in      questo caso

sta per virtù morale.

Perchè, dunque, tanta importanza attribuita alla virtù della castità, se non per contrapposizio-
ne alla pratica della prostituzione sacra nel tempio di Venere ericina? A ehi si chiede perchè
Omero non nomini espressamente il tempio di Venere, si può rispondere, che, avendo in
mente il luogo della Sicania hi cui egli ambientava l’episodio, abbia quasi ritenuto superfluo
ricordarlo, visto che era cosa molto risaputa con che grande zelo i Sicani venerassero L’Afro-
dite del monte Eriec

E’ inoltre assai significativo che il cantore Demodoco racconti eli amor1                      d’Arcs e        d’Afrodite.

clic disonorò il letto ed il legame matrimoniale del sire Efesto.

Ora era proprio la Venere lasciva che i Fenici e i Sicani adoravano.

Tutto questo ci richiama, d’altra parte, alla mente uno stadio della ginecocrazia, che è quella
del passaggio dal Teleria alTaffermazione del matrimonio come rapporto sessuale esclusivo.

‘ dove quesfultiino apparve inizialmente una deroga alla logge naturale della materia e perciò
degno di espiazione attraverso la prostituzione costretta anche dalle mogli, finché l’offerta
eterica ebbe luogo prima solo da parte delle fanciulle c una volta all’anno, e                            poi     soltanto da

icròdule che cosi liberavano le donne dalTobbligo di prostituirsi.”

Il che non solo ò una prova in più della sicilianità di Selleria, ma è uno degli elementi più
importanti della sua identificazione con Drepanon- Trapani.

Infine anche il personaggio di Circe può prestarsi ad una lettura in questo senso: ella indiche-
rebbe l’antico dominio della donna sull’uomo, unito alla maggiore licenziosità dei costumi
femminili anche in fatto sessuale, che caral te ri zzò il primo stadio della ginecocrazia, mentre
con l’affermazione del patriarcato, la virtù principale della donna sta nella sua castità e fedeltà
(Nausicaa, Àrete, Penelope).

Dunque la società di Scheria-Trapani sembra maturare il momento terminale del matriarcato e
quello iniziale del patriarcato, visto che Arete gode, si, di grande prestigio, ma é, ripeto,
Alcinoo che ha il potere.

Nausicaa c, infatti, la donna come la società patriarcale la vuole: bella, onesta, cortese, abile
nei lavori domestici, che accetta, come dice il Graves, “il sistema patriarcale nel quale è nata

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(….) e pare che ciò non la turbi affatto, purché essa possa sempre continuare a scherzare e
giocare alla palla con le sue ancelle, ascoltare le favole della vecchia nutrice e piegare ai suoi
capricci il padre Alcinoo.” (1)

Anche lei gode, però, come la madre, di grande rispetto e, quando torna dal fiume, dopo avere
lavato i panni, le vanno incontro i fratelli che si preoccupano di farle dei servigi per rispar-
miarle fatica, come sciogliere le mule e portare dentro la biancheria. (VI, 4-6)

Il che non deve meravigliare, poiché il rispetto e la venerazione della sorella rappresenta uno
degli aspetti più importanti e nobili della sfera di pensiero ginecocratica, come testimoniano
molti miti di varie aree geografiche. In verità quest’atteggiamento è ancora oggi molto diffuso
nelle famiglie siciliane, tanto che i fratelli si fanno carico di vigilare e proteggere le sorelle da
tutto ciò che possa ledere la loro dignità ed onestà.

Arete e Nausicaa: due donne tra vecchie e nuove mentalità, che vivono a Scheria. E Scheria è
Trapani.

Mi si permette, a questo punto, una disgressione sull’identificazione Scheria-Trapani, così
ampiamente dimostrata principalmente dal Barrabini e dal Pocock.

Quanto a me, sono d’accordo con il Pocock. quando sostiene che l’autore, pur non nominando
direttamente i luoghi della Sicilia occidentale, tuttavia li suggerisca all’uditorio, ricorrendo
anche a dei giochi di parole.

Dunque Scheria è il nome della città dei Feaci.

Il Bochart dice che il termine potrebbe venire da “schara”, che presso i Fenici significa
“emporio” (e in siciliano ancora “scaro”); ma non è azzardato congetturare che egli possa

nello stesso tempo pensare all’espressione…………………………… ,   guardando, come dice il Pocock, a quella

serie di scogli che giacciono in linea, in continuazione della penisola nella quale era situata la
vecchia città. L’autore ha fornito, così, i primi due significativi tasselli di un mosaio che poco
a poco va componendosi: 1) Scheria è un porto commerciale frequentato dai Fenici; 2) è un
porto davanti al quale si trova una serie di scogli in linea.

Dopo aver descritto il porto, lo colloca in generale nella Sicania (XXIV, 306) e ne racconta i
miti: le Sirene, Polifemo, Scilla; avvicinando in questo modo ancora di più il lettore alla
soluzione finale. E poi, indirettamente, a mio avviso, ne svela il nome, proprio quando ad
Eumeo dice di essere cretese; che è una menzogna fino ad un certo punto. Sappiamo che fra
Creta e Sicilia esistevano già in tempi antichissimi stretti rapporti, che risultano anche dalla
concordanza di nomi di parecchie località, tra le quali proprio Drepanon, che era l’antico
nome di Trapani (cf. Tolomeo e Stefano Bizantino), rivelando, così, il nome della località,
direi per esclusione, visto che tra i nomi possibili solo quello corrispondeva alle caratteristi-
che prima descritte.

E ancora aggiunge che l’ha trasportato lì una nave fenicia e bisogna dire che tutti i popoli del
Mediterraneo, compresi i Sicani, (e perciò anche i Feaci di Drepanon-Trapani) si servirono di
navi ed equipaggi fenici fino al periodo delle guerre puniche.

Ma torniamo al problema dell’evoluzione del matriarcato e trasferiamoci nella reggia di Itaca,
che il Pocock dimostra ancora essere Trapani. (2)

La figura di Penelope è, a questo proposito di lettura contradditoria, e” rivela che la sua storia
è passata attraverso varie fasi. “(3)

1) Graves R. “I miti greci” ed. Longanesi, Milano
2) Qualcuno pone come ostacolo a tale identificazione l’accenno ad una schiava sicula (XXIV, 366,388), sottolineando che non se ne sarebbe
detta l’origine se ci trovassimo in Sicilia, ma il Vetrano osserva: “che non è risolto se i Siculi di Omero abitassero già nell’isola che ricevette
da essi il nome più noto o se soggiornassero ancora in Italia. Tutto quello che sappiamo da lui è che si faceva con loro un gran commercio di
schiavi, visto che i Proci propongono di vendere Ulisse ai Siculi e che si trovava ad Itaca-Trapani una schiava sicula”.
3) F. Codino – Introduzione ad Omero, Enaudi, 1977.
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A volte infatti, si ha l’impressione che possa essere lei l’unica arbitra della situazione e che
dipenda dal suo consenso la scelta di un nuovo re per Itaca. Altre volte si dice che potrebbe
essere rimandata dal padre e sembra che quest’ultimo, sulla base delle preferenze della figlia,
possa decidere della successione e dei beni della corona.

Ma nella società patriarcale descritta dall’Odissea tutto questo non è possibile, e probabilmen-
te si tratta solo di residui della concezione matriarcale.

In generale Penelope appare sottomessa alla volontà dell’uomo.

Intanto è nella reggia di Itaca che si è trasferita, portatavi da Ulisse, contrariamente a quanto
avveniva nel periodo del matriarcato.

Di lei inoltre si ripete sempre e soltanto che è la figlia d’icario; e di certo ha meno autorità del
figlio, che più volte la richiama aspramente (XXI, 350-3 e I, 352-59), incitandola a ritirarsi
nelle sue stanze per badare alle opere femminili che sono il tessere ed il filare.

Quanto ad Ulisse minimo è il rilievo che ha la madre Anticlea, pallida e fuggevole ombra
dell’Ade; non così il vecchio padre Laerte che prende le armi (XXIV, 498), pur essendo in età
avanzata, per sostenere il figlio nella lotta contro le famiglie dei giovani Proci uccisi.

Dunque: Laerte, Ulisse, Telemaco, secondo una linea ereditaria maschile (1), già del resto
affermata fin dal 1 ° libro, quando Telemaco siede sul trono paterno, senza che alcuno trovi
nulla da ridire o faccia qualcosa per impedirlo (II, 14): (ed è per scalzare il legittimo erede al
trono che i Proci, aspirando a prenderne il posto grazie al matrimonio con Penelope, tramano
per ucciderlo).

In conclusione, il viaggio di Ulisse potrebbe essere letto come quello dell’uomo nella storia
dell’universo femminino, dal suo originario potere naturale e sacrale al nuovo status di madre
e sposa che la cinge di un nuovo rispetto e le affida altri ruoli.

Perchè questo sia avvenuto possono spiegarcelo, forse, altri particolari della vicenda.

Appena giunto ad Itaca, Ulisse si preoccupa, uccidendo i Proci, di riappropriarsi innanzitutto
dei suoi averi e del potere regale.

Ancora, svela subito la sua identità al padre Laerte ed al figlio Telemaco, ma sembra non
avere fretta di ricongiungersi alla sua donna, verso la quale mostra una certa diffidenza.

Anche Telemaco appare estremamente preoccupato più che della dignità offesa della madre,
delle ricchezze paterne, tanto che su ciò fan leva Nestore che gli consiglia “di non errare
troppo lontano da casa, abbandonando gli averi, lasciando nel tuo palazzo uomini così
arroganti, che non ti divorino tutto, spartendo gli averi.”

1) Anche se si tratta di una trasmissione ereditaria per consuetudine e non per principio, come si deduce dalle parole che gli rivolge Antinoo
(I, 386-87) e dalla stessa risposta di Telemaco (1,392-98)