LA FRECCIA CONTRO IL CARRO ARMATO

LA FRECCIA CONTRO IL CARRO ARMATO

,POETI DI SICILIA

CICLOSTILE ANTI

LA FRECCIA CONTRO IL CARRO ARMATO

 

E’ chiaro come la nostra forma di lotta contro l’industria editoriale, come circuito alterno ai canali borghesi, appaia ai padroni e anche un tantino ai non padroni una guerriglia artigianale contro la massificazione del sistema capitalista dell’industria culturale; proprio per questo potremmo apparire, noi del «ciclostile anti», armati di arco e frecce contro i colossi d’acciaio, cioè i carri armati dell’industria editoriale; ma non per un caso fortuito, si muore di una buona frecciata allo stesso modo che per un colpo sparato da un carro armato. La nostra clandestinità e il nostro anticircuito non per niente rappresentano la scelta consapevole e marxista della nostra coscienza di classe: è chiaro che noi siamo dovunque, ma nello stesso tempo noi non esistiamo. In questo senso la freccia contro il carro armato ha la sua efficacia di ferire possibilmente a morte il nemico di classe un milione di volte più potente delle nostre piccole frecce proletarie.

Noi non possiamo essere dei critici militanti o degli intellettuali manovratori di un codice linguistico tutt’altro che aperto alle masse lavoratrici. Noi non parliamo per conto  dei lavoratori, come fanno di solito gli intellettuali-borghesi, ma parliamo tra noi stessi che siamo lavoratori; parliamo dal di dentro della nostra classe e del luogo di sfruttamento; esclusi i nostri compagni di lavoro, nessuno ci ha mai delegato a farlo, come avviene per tanti intellettuali che sono pagati per questo. La nostra operazione ha ovviamente radici rivoluzionarie, non certamente nella « letteratura », ma nella vita; con un preponderante bisogno di capire e di farci capire. Tuttavia non vogliamo escludere le nostre responsabilità agli strumenti storici e di ricerca dello scrittore o del poeta di oggi: appunto, qui, non è possibile fare « versi » che non siano impegnati con tutte le estreme conseguenze, come nel nostro caso del « ciclostile anti ».

Noi del sottoproletariato urbano e contadino abbiamo sempre subito una « cultura-classista » che non abbiamo mai fatto nostra. Questi- « cultura-classista », proprio perché ha svolto un compito preciso (discriminatorio) cioè quello di rivolgersi, come contenuto e come linguaggio, a una classe prettamente privilegiata, ha fatto sì che oggi non esista una « cultura di base e popolare ». Ovviamente questa « cultura-classista » non poteva che nascere da una élite degli addetti ai lavori, per finire senza alcun indugio tra « la sicilia-bene » e non certamente tra il sottoproletariato se non come promessa (poi… mito) di benessere o addirittura come sogno per chi avrebbe osservato i canoni di servitù e ideologici dei padroni. Appunto per questo siamo convinti che bisogna lottare accanitamente; nói soprattutto che siamo costretti a vivere in una « regione sottosviluppata », dove mafia e politica si fondono; dove gli interessi feudali e di classe sono ancora fortissimi; dove lo squilibrio industriale tra il nord e il sud è causa di quegli scompensi economici e culturali per cui moltissimi di noi pagano continuamente di persona la condizione reale di fame e d’impossibilità culturali. Ovviamente la nostra terra, il nostro ambiente, la nostra vita e tutta la nostra schiavitù quotidiana non possono offrirci una coscienza di classe meno rivoluzionaria.

All’intellettuale – borghese, naturale « nemico del popolo », suona scandalo il fenomeno di un movimento di base e proletario quale quello del « ciclostile anti », abituato com’è dall’editoria borghese che gli offre i prodotti confezionati della sua stessa classe-privilegiata e marcia, ma svuotata, ormai da un pezzo, della realtà della nostra Isola. Egli è un fantasma d’altri tempi che tenta d’aggrapparsi con ogni mezzo al proletariato che è un organismo vivissimo e sano. Questi esseri, che da sempre si sono autodefiniti intellettuali, ci hanno ripetuto continuamente che la violenza non si combatte con la violenza; ma la predica viene proprio dal pulpito della loro violenza storica, dalla bocca purulenta della cultura di classe che non a caso ci è stata imposta da loro con l’alleanza-complicità dei padroni di ogni epoca. L’uomo nuovo non sarà certamente lo sporco intellettuale di oggi che tenta in tutti i modi di giustificare il suo fallimento e la sua condizione di omicida.

Ovviamente l’intellettuale-borghese ha tradito. Ma cosa ci potevamo aspettare di nuovo se sin dal suo nascere ha messo sempre in giro le idee e i personaggi di una classe privilegiata? Non abbiamo dubbio che servendo ha realizzato se stesso, come schiavo e come alleato del padrone. Oggi con la scusante di rompere « la lingua del potere » continua a distribuire i suoi prodotti tra gli addetti ai lavori e tra quella ristretta élite di lettori privilegiati. Certo che esiste « la lingua del potere », è quel particolare codice linguistico tutt’altro che aperto a tutti: è quella di non farsi capire e di non esprimere nulla di veramente utile per le masse operaie. Che poi egli continua a tradire ce lo dicono chiaramente i suoi « testi », perché non parlano del popolo nè il suo materiale è composto da una mente proletaria, come formazione e come estrazione: il suo prodotto è un materiale cinico, apertamente nemico delle masse lavoratrici. E’ noto a tutti che la neoavanguardia si è messa a giocare, sollazzandosi borghesemente, e la retroguardia continua a vegetare con l’alibi della tradizione e dell’opera d’arte; ma se non fosse stato per il rivoluzionario movimento operaio e per quello studentesco, saremmo ancora a discutere sui canoni dell’arte o sulla leg- gittimità della letteratura, continuando a fare il gioco dell’ideologia borghese. Quindi il nostro « ciclostile anti » non è solo la freccia contro il carro armato dell’industria editoriale, ma vuole essere anche una freccia contro quegli intellettuali-borghesi che pensano e scrivono libri pur di fare soldi e di servire il potere (questo vale anche per quelli che si credono o si dichiarano di essere di sinistra, ma che mangiano comunque nella stessa mensa del potere). Noi lavoratori degli anni settanta sappiamo benissimo che combattere « la lingua del potere » è solo un’invenzione borghese, per scusare, (giustificare) la loro servitù alla società capitalista. Appunto, noi del « ciclostile anti » ci battiamo consapevolmente, perché sappiamo storicamente di perdere solo le catene; tutte le altre cose ci sono state tolte sin dalla nascita dell’uomo privilegiato. Oggi, sappiano bene i padroni e quegli intellettuali nemici del popolo, che non siamo disposti a perdonare nè ad arrenderci: ci rifiutiamo e lottiamo affinché anche gli altri si rifiutino di vivere e di pensare come vorrebbe il capitalismo.

Si parla spesso dell’autonomia dell’arte ma che cosa sia veramente fin’oggi non è stato mai definito. Esiste realmente un’arte autonoma? o l’autonomia dell’arte? A nostro parere, l’arte e la vita economica e politica di un paese non sono state mai separate; appunto, l’arte non è stata mai autonoma. Quindi, viene da se dire: non è stata sempre l’ideologia dei padroni che ha determinato, cioè ha fatto pensare, scrivere e dipingere etc. tutto quello che noi oggi chiamiamo arte e nello stesso tempo arte autonoma? Certo, certissimo. Anzi, oggi, chi crede che l’arte possa essere autonoma è solo colui che inganna o che si è fatto ingannare dai padroni, vecchi o nuovi che siano. L’arte, non abbiamo dubbi, è stata e sarà sempre ideologica, pur non avendo apertamente le caratteristiche dell’impegno civile: ovviamente, è stata sempre l’ideologia di una classe privilegiata a dettare i canoni, fino ad oggi del capitalismo avanzato. Marxisticamente riteniamo che l’arte non è più il frutto di una classe privilegiata, ma il risultato comune di un popolo che lotta, soprattutto del popolo al servizio del popolo stesso, come riscatto (lotta di classe) e come capovolgimento radicale dei valori borghesi, appunto rivoluzionaria e prettamente proletaria. Tutte le altre cose sono solo palliativi e mistificazioni borghesi; l’artista di oggi non è più un’isola ma il popolo di domani sarà per se stesso arte rivoluzionaria, ideologicamente marxista: nascerà dal popolo e ritornerà al popolo come continuazione rivoluzionaria e come sviluppo della società socialista.

Noi del « ciclostile anti » siamo andati nelle scuole e nelle fabbriche (nelle pochissime fabbriche affamatorie del palermitano) occupate, a volte occupandole insieme agli operai, sino alla fine della lotta; siamo andati tra i contadini e tra il sottoproletariato urbano, dove la fame e i problemi della sopravvivenza sono tutt’uno con la nostra vita di lavoratori e di poeti. Palermo tuttavia è una periferia vivissima che non ha nulla da invidiare ai grandi centri culturali del nord:  qui, i ciclostili anti vanno dove c’è gente che sente il bisogno reale di cambiare; qui la gente fa degli umili mestieri, è capace d’insegnare a vivere, con la pratica, con l’umiltà e con l’abnegazione, a tanti di quegli intellettuali borghesi, che oggi sono pagati per parlare di democrazia e di libertà alle masse lavoratrici. Noi non siamo dei ribelli, ma dei rivoluzionari consapevoli della nostra forna di lotta, pronti a pagare di persona; soprattutto assideriamo capire e nello stesso tempo farci capire: la nostra poesia (se poesia si possa chiamare) vuole essere una presa di coscienza prima per noi (cioè capire) per poi farci capire; certamente con un linguaggio comprensibile per tutti. Se abbiamo asserito di essere rivoluzionari e non ribelli, siamo pronti a ribadirlo non solo perché siamo marxisti, ma anche perché la nostra coscienza di classe parte dalla nostra realtà siciliana, ruotante in un più vasto contesto sociale che è quello della realtà italiana.

Noi del « ciclostile anti » ci troviamo nella posizione di essere giudicati secondo i canoni dei padroni. Ma sono veramente esistiti i critici in letteratura e chi sono stati fino ad oggi? Esistono veramente dei canoni per determinare ancora oggi la poesia? Non li hanno creati, non certamente per caso, l’industria editoriale, gli addetti ai lavori e i padroni comunque? Non vi sono dubbi che l’hanno creato loro, per accludere o escludere (facendo il buono o il cattivo tempo di uno scrittore) a proprio piacimento, per imporre, come abbiamo detto prima, i loro canoni di servitù e ideologici: per denaro e per potere, ovviamente, condizionati e condizionanti. E’ chiaro che a questo punto la presenza del « poeta » nella nostra società di oggi è molto discutibile; tuttavia noi continueremo a scrivere « versi » dalle nostre caldissime piazze: vogliamo testimoniare la nostra quotidiana lotta unitamente a un crescente bisogno di capire e di farci capire senza mistificazioni o ipocrisie letterarie. Checché se ne dica del nostro « ciclostile anti », questo è un fenomeno di base, proletario e di democrazia diretta: qui, per noi, è l’unico canale proletario per potere dire in faccia ai padroni coma la pensiamo. Oggi, dato l’inquinamento dell’aria e del mare e il processo di annientamento della flora e della fauna, il ritorno all’uomo e alla natura non sono più un recupero, ma una necessità della sopravvivenza. La stessa scienza dovrà collocare la continuazione dell’uomo e della natura in una dimensione nuova; quella che il marxismo penserà di portare avanti per la realizzazione di quel tipo di equilibrio che è la ragion d’essere del marxismo stesso nella costruzione della società socialista.

l.c.

Palermo maggio 1971

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