GIOVANNI MELI Autore Siciliano tradotto dal Prof. Gaetano Cipolla

GIOVANNI MELI Autore Siciliano tradotto dal Prof. Gaetano Cipolla

 

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Qualche giorno fa andando a vedere se c’era posta ho trovato un plico vedendo che veniva dall’America,ho pensato subito a Stanley Barkan che aveva spedito qualche nuova edizione. Aprendo la busta trovo un bel libro con una copertina blu elettrica su Giovanni Meli autore siciliano della fine  del 1700, di cui sconoscevo l’esistenza,  con varie sessioni poesie,prosa ecc.. un’antologia corposa su questo autore. La curiosità mi ha portato da subito a leggere qualcosa, ma non essendo un’esperta  di siciliano, ho trovato una certa dose di  difficoltà in molti termini che addirittura non avevo mai sentito. Non riuscendo a capire il siciliano mi sono letta la  traduzione inglese che per me era più comprensibile, ma poi  al lavoro con un  collega che proviene dall’entroterra del sud della provincia,  dal quale mi  sono fatta tradurre  quelle farsi per me arcaiche  che erano pari ad una lingua straniera. Capisco che abbiamo perso le nostre radici linguistiche, visto che nelle nostre scuole non viene insegnato quella che era la nostra lingua locale ma che vengono conservate in un paese a migliaia di chilometri di distanza dal Prof. Gaetano Cipolla con le sue pubblicazioni

GIOVANNI MELI (1740 – 1815) Poeta e drammaturgo siciliano.

Antologia  DI GIOVANNI MELI

 

Giovanni Meli, nasce a Palermo il 6 marzo 1740 da Antonio, di professione orefice, e da Vincenza Torriquas, durante la monarchia riformista di Carlo III di Borbone.

Carlo III di Borbone, dipinto di Anton Raphael Mengs, 1761,
Museo del Prado, MadridCarlo III di Borbone, dipinto di Anton Raphael Mengs, 1761, Museo del Prado, Madrid

In questo periodo, il buon governo del Viceré Caracciolo favorisce, grazie ad una serie di riforme, la rinascita della vita culturale e civile, specie a Palermo.
Giovanni Meli viene educato presso le scuole dei padri Gesuiti e si appassiona, giovanissimo, agli studi letterali e filosofici, coltivando anche, da autodidatta, i classici italiani e latini e, fra i contemporanei, gli Enciclopedisti francesi da Montesquieu a Voltaire, trovando ispirazione per un poemetto giovanile rimasto incompiuto, Il Trionfo della ragione.
Il suo esordio poetico, che avvenne a soli quindici anni con versi d’occasione, lo fece talmente apprezzare nella ristretta ed esigente cerchia dei letterati palermitani da farlo nominare socio dell’“Accademia del Buon Gusto”, una delle tante che caratterizzavano il costume letterario del tempo, dove ci si riuniva a declamare versi e a disputare di questioni culturali. Passò via via a più importanti circoli esclusivi della nobiltà e più alla moda; nel ’61 come socio dell’Accademia della Galante Conversazione e nel ’66 a quella degli Ereini nelle quali declamava con crescente successo le sue composizioni in dialetto e in lingua.
Giovanni Meli raggiunse notorietà in tutt’Italia aderendo ai modi e allo stile dell’Arcadia ( fondata a Roma nel 1690 da Gian Vincenzo Gravina e da Giovanni Mario Crescimbeni coadiuvati nell’impresa anche dal torinese Paolo Coardi, in occasione dell’incontro nel convento annesso alla chiesa di San Pietro in Montorio di quattordici letterati appartenenti al circolo letterario della regina Cristina di Svezia), con una dimensione tutta sua e con l’uso della lingua siciliana.
Stemma dell’Accademia dell’ArcadiaStemma dell’Accademia dell’Arcadia

La celebrità arriva nel 1762 col poemetto La Fata galante, in cui il Meli immagina d’incontrare una fata, figura allegorica della fantasia, che gli propone sotto forma di fiabe mitologiche, tematiche filosofico- sociali, in cui egli trasferisce in forma poetica la sua filosofia, non certo omogenea ed ordinata secondo un organico disegno e modellata sui cosiddetti romanzi filosofici francesi o sui più antichi modelli allegorici della letteratura europea.

Intanto, per poter vivere, il Meli intraprende gli studi di medicina, conseguendo nel 1764 il titolo professionale presso l’Accademia degli Studi di Palermo. Esercita la professione di medico soprattutto a partire dal ’67, trasferendosi come condotto nel quieto borgo di Cinisi presso Palermo, dove viene chiamato ” l’abate Meli”, poiché vestiva come un prete anche senza aver ricevuto gli ordini sacerdotali minori.
A Cinisi egli si forma, fissando il mondo intimo della sua poesia, tra le bellezze e la pace della natura e a Cinisi compone le Elegie, parte del poema la Bucolica e scritti vari d’argomento scientifico.

La Bucolica (La Bucolica) è il capolavoro della raccolta delle “Poesie siciliane”, che comprende vari componimenti scritti in tempi diversi, tutti in dialetto siciliano.
Alla Bucolica il Meli si dedicò a lungo, tra il 1762 e il 1772.
La struttura è tipicamente arcadica: 2 sonetti introduttivi, 5 egloghe e 10 idilli divisi in quattro parti, ognuna intitolata a una stagione, secondo uno schema diffuso in Europa da Pope e Saint-Lambert. L’amore per la natura e la nostalgia per la vita primitiva hanno una immediatezza senza equivalenti nella poesia pastorale del tempo. Vi sono atteggiamenti e modi convenzionali, ma, nel complesso, il Meli si mostra partecipe di una ispirazione idillica settecentesca, intrisa di spirito pre romantico.
La raccolta delle “Poesie siciliane” è contrapposta di poemetti satirici e giocosi come La Fata galante (La Fata galanti, 1762), di cui abbiamo detto, L’Origine del mondo (L’origini di lu munnu, 1768). o poemi eroico-comici come il Don Qijote e Sancho Panza (Don Chisciotti e Sanciu Panza, 1785-1787) e, al tempo stesso, di satira e esaltazione delle riforme illuministiche. Vi sono, poi, le Favole morali (Favuli murali, 1810-1814), che spiccano, nell’abbondante favolistica settecentesca, per la sintesi di fantasia e moralismo, la vivacità di un bestiario ricco e estroso, la forza ariosa di alcuni racconti. Nelle “Favole” il Meli affida al mondo sapiente e discreto degli animali l’espressione del suo ideale “d’onoratezza e di probità”. Fra gli altri componimenti più noti si possono ricordare l’idillio Polemuni, l’egloga Piscatoria, e il Ditirammu: in cui il protagonista, rimpiangendo il passato, di fronte alla triste realtà presente, cerca nel vino l’oblio. Meli si serve del dialetto come d’una lingua letteraria illustre, anzi la più illustre, perché la prima ad affermarsi fra le lingue letterarie d’Italia.

L’origini di lu munnu
POEMETTO BERNESCO
con versione italiana del prof. Giuseppe Gazzino da Genova
(in “Opere”, Salvatore Di Marzo Editore, Palermo, 1857)

Argumentu Argomento
Spiega lu primu statu di li Dei, Spiega qual degli Dei fosse lo stato
Prima chi fussi fattu l’Universu, Anzi che forma avesse l’universo;
Li soi primi pinseri e primi idei, Quanto dappria fu detto e immaginato
Pri stabiliri li cosi cu versu. Onde il tutto ordinar pel proprio verso.
Dopu varii pariri cchiù plebei, Poi che i varj pareri ebbe ascoltato,
Giovi si fa stirari pri traversu, Stiracchiar si fa Giove di traverso;
E da ddi soi stinnicchi e cosi tali E da quel tira tira, e cose tali
Nni risulta lu munnu cu l’armali. Fuora il Mondo ne vien cogli animali.

La sua fama crescente lo richiama a Palermo, conteso dalle dame dell’aristocrazia nei loro salotti. Sensibile alla bellezza femminile, questo singolare medico-poeta ebbe vari amori che cantò alla maniera arcadica nelle sue Odi e nelle Canzonette (Canzunetti.), che sarebbero state imitate da tanti poeti come il Goethe, il Leopardi, il Foscolo e tutta la serie dei poeti dialettali siciliani. In particolare, nelle Canzonette il Meli sovente sviluppa motivi di vita popolaresca e riesce a darci una pittura così vivace o una rapresentanzione così mossa di stati d’animo o di atteggiamenti esteriori che il componimento lirico spesso acquista tono e vigore drammatico.

“Lu labbra”
(canzonetta)

in questa composizione, che a volte viene assunta a paradigma della produzione Meliana, un innamorato con sottile erotismo consiglia ad un’ape di cercare il miele sulle labbra della sua amata :

Dimmi, dimmi, apuzza nica:
unni vai cussi matinu?
Nun c’è cima chi arrussica
di lu munti a nui vicinu;
trema ancora, ancora luci
la ruggiada ntra li prati:
duna accura nun ti arruci
l’ali d’oro dilicati!
Li ciuriddi durmigghiusi
ntra li virdi soi buttuni
stannu ancora stritti e chiusi
ccu li testi a pinnuluni..
Ecco cosa scrive l’abate Domenico Scinà, regio storiografo, nel libro “Prospetto della Storia Letteraria di Sicilia nel secolo decimottavo” del 1827, a proposito delle Canzonette del Meli :
Completata la Bucolica, in cui canta “li campagni, l’armenti e li pasturi”, si cimenta addirittura col poemetto eroicomico Don Chisciotte e Sancio Panza, trasferendo in Sicilia e in versi la trama del libro dello spagnolo Miguel de Cervantes.

Nel 1787 pubblica la raccolta delle sue opere in cinque volumi col titolo di Poesie Siciliane.

Intanto, grazie anche alla protezione del vice rè Caramanico, succeduto al Caracciolo, a cui avrebbe dedicato un’ode famosa(1780), diventa professore di chimica presso l’Università e viene chiamato a far parte, come socio onorario, delle più importanti accademie italiane come quella di Siena (1801) e quella peloritana di Messina . Tuttavia, non fu mai ricco e negli ultimi decenni del secolo furti e vicende familiari sfortunate lo costringono a bussare alla porta dei potenti, come Giuseppe Parini nell’ambiente milanese .
Nel 1810 Ferdinando III di Toscana gli concede una pensione annua, che, però, nel 1815 , dopo le rivolte giacobine le viene sospesa.

Ferdinando III ritratto da Joseph Dorffmeister nel 1797.Ferdinando III ritratto da Joseph Dorffmeister nel 1797.

Nel 1814 vengono pubblicate a Palermo, a cura dello stesso autore, Poesie siciliane, comprendenti le Favuli Morali dove, prendendo talvolta spunto da Esopo e Fedro , il poeta dimostra la sua bravura, con fine arguzia ed umorismo tutto siciliano.
Nelle Favuli Morali il gusto arcadico delle precedenti opere è definitivamente superato a favore di un linguaggio più fresco ed originale, più nuovo, armonico e capace di entrare in contatto con un pubblico, che non è soltanto aristocratico, ma anche borghese e con dei lettori non solo di elevata, ma di media cultura.


Giovanni Meli muore a Palermo il 20 dicembre 1815, mentre l’Europa dei Lumi assisteva al concludersi della vicenda napoleonica.

Monumento a Giovanni Meli, al Palazzo Pretorio (PA) Monumento a Giovanni Meli, al Palazzo Pretorio (PA)

da:Pagina Facebook


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