FERDINANDO ALFONSI

FERDINANDO ALFONSI

Un muro di tenebra
A wall of darkness

Poesie / Poems

Traduzione inglese e introduzione
English Translation and Introduction
di / by
SANDRA ALFONSI

 

COOP. EDITRICE ANTIGRUPPO SICILIANO IL VERTICE/LIBRI SICILIANI &

CROSS-CULTURAL COMMUNICATIONS

 

INTRODUZIONE

Un muro di tenebra è una raccolta di 61 poesie, le quali, come le pietre preziose di una collana, si presentano inestricabilmente legate dalla loro natura introspettiva e ossessivamente contemplativa, nonché dalla forma ingannevolmente semplice. Complessivamente prese, queste liriche rivelano l’esistenzialismo, la sensibilità, l’ammirazione della natura e l’innato senso di giustizia di Alfonsi. Considerata individualmente, ogni poesia appartiene a una delle quattro parti, in cui la silloge può essere divisa, le quali riflettono la particolare visione dell’esistenza che il poeta aveva nel momento della creazione.

I.    Il poeta di se stesso.

A questo gruppo appartengono: “Grido”, “Rivelazione”, “Ilpassero”, “Feriteaperte”, “Questa”, “Vento”, “Inutile”, “Sant’Anna diBeau- pre”, “Paure”, “Mia madre”, “Ombre” e i Frammenti IV(Stasera), VI (Sali sul mio battello), X (In riva all’Hudson), XIII (Ieri), XVI (Da dove è venuta), XVII (Il fumo azzurrognolo saliva).

Tali poesie, le più personali della silloge, mostrano come/’Alfonsi sia tormentato fino all’ossessione dal passare del tempo e dall’idea della propria mortalità. Esse colgono la sua più intima pena di fronte alla scomparsa degli amici dell’infanzia (e conseguentemente della sua giovinezza) e all’inesorabile invecchiare della madre (inevitabilmente legato al proprio). Riflettono la profondità del suo amore e della sua nostalgia per il paese nativo sui monti dell’Appennino, dove ha trascorso la fanciullezza e racchiudono l’essenza del suo esistenzialismo personale: paura dell’ignoto e della morte, impotenza di fronte all’inesorabile trascorrere della vita, incapacità di superare la solitudine spirituale determinata in lui dalla sua weltanshauung.

Le immagini e il vocabolario di questi componimenti, perfettamente rispondenti alla condizione esistenziale dell’anima del poeta, sono state attentamente scelte per rendere immediatamente afferrabile e comprensibile l’interiore stato mentale astratto. Alfonsi ha creato

in molte di queste poesie uno sfondo cupo, facendo ripetuto uso del sostantivo notte e dell’aggettivo notturno. La scelta di siffatto vocabolario consegue un duplice effetto: crea un punto di riferimento familiare ad ogni lettore (chi non ha sperimentato la paura dell’oscurità sotto un cielo senza stelle o in una stanza senza luce? E chi non ha provato il terrore degli incubi in una camera tutta buia ?) e serve a rendere concreto uno stato d’animo astratto e personale (Tenore notturno diventa la notte delPanima; questa lunga notte muta e senza stelle divine silenzio abissale dell’anima). L’oscurità della notte viene trasferita all’anima del poeta (il mio cupo essere), accompagnata dalle paure e dai terrori ad essa associati. In alcune liriche l’immagine della notte è abbinata a quella del mare (la notte… quel mare tempostoso) per rappresentare il tumultuoso agitarsi dello spirito di chi scrive. E anche quando la luce viene a rompere l’oscurità della notte (a cento a cento/ nell’ombra raccolta/ si levano le fiaccole rosa), essa non riesce a penetrare nella psiche del poeta. Lo stato esistenziale della sua mente, reso visibile grazie a! tenebrore notturno, diventa percettibile anche all’udito, per l’uso di certi vocaboli come urlo e grido, che vengono riecheggiati dal triste e implorante verso dei gabbiani nelle poesie in cui si presenta il motivo mare/ notte. Altre immagini potenti e ricorrenti con frequenza, sono quelle degli alberi e del vento, le quali si trovano sempre unite (alberi squassati dal vento; il vento/ con squasso d’alberi e tetti) per esprimere con forza onomatopeica la paura esistenziale provata dal poeta. L’immagine vento/ albero, che potrebbe sembrare ricercata, in realtà non lo è, perché scaturisce dalle profondità de! subcosciente di Alfonsi, il quale, nato sugli Appennini, avrà certo, da bambino, nelle notti insonni, circondato dalla strana oscurità dei monti, ascoltato, tremante di paura, il vento sibilare con violenza tra gli alberi e sui tetti. Ora essa diviene la perfetta immagine con cui esprimere la forza degli intimi terrori che lo lasciano impotente ai piedi di questo muro di tenebra esistenziale.

II.    Il poeta dell’universo.

Le poesie in questa parte appartengono a due categorie tematiche, Le seguenti riguardano il destino esistenziale universale dell’uomo e si presentano spiritualmente cupe: “La morte del cane ”, “Siamo ”, “L’ultimo viaggio’’, “Sera”, “Corvi”, “Mattino”, “Lamento di manichino “, “Incoscienza ”, “Incomunicabilità ” “La vita ” e i Frammeti V(Queste zolle maligne), XII (Michelangelo), XV (Sedute in riva al Giordano), XVIII (Muore il sole a occidente), XX (Che significato ha quell’ombra), XXII (A uno a uno).

I temi sono fondamentalmente gli stessi che abbiamo rintracciato nelle poesie personali: la brevità della vita, l’inesorabile fuggire del tempo, la fragilità dell’uomo e la pericolosa natura del suo viaggio solitario attraverso l’esistenza, la paura dell’ignoto e la condanna alla solitudine esistenziale, la futilità delle azioni umane giudicate alla luce della sua mortalità, la profonda monotonia del vivere. Le immagini, ancora una volta affondano le radici nel subcosciente del poeta e sono simili a quelle usate nelle poesie intime: la notte (interminabile), il silenzio (il silenzio della notte, questo silenzioso abissale della mente), il vento (il vento notturno batte), l’intimo pianto (il mio grido), gli alberi nudi (siamo alberi nudi, i nudi rami). L’oceano offre al poeta tre immagini veramente efficaci per rendere più tangibile il destino dell’uomo: le cupe acque raffigurano l’anima umana; la nebbia dell’oblio diventa l’espressione della sua mortalità, il vascello (questo fragile vascello/ … senza vele e derrate,/ senza lanterna, né raggio di stella) ne rappresenta la fragilità nel suo solitario viaggio verso la morte.

Essendo molte di queste liriche nient’altro che l’estensione dell’esistenzialismo personale del poeta, le immagini potrebbero in un certo senso considerarsi scontate in partenza. Comunque l’originalità di A Ifonsi in questo particolare gruppo di poesie appare evidente nella scelta di quattro simboli non comuni per rendere concreti certi aspetti piuttosto intangibili dell’esistenza: il manichino (“Lamento di manichino), la matreska (“La vita”), l’automobile (“Incomunicabilità”), l’ombra (“Che significato ha quell’ombra”). Con il manichino Alfonsi ha visualizzato la condizione di ogni uomo che si sente come intrappolato nella vita, inabile ad apportare cambiamenti, incapace di sollecitare una risposta dai suoi simili e perciò condannato alla solitudine; con la processione, in apparenza senza fine, di figure che balzano fuori dalla matreska, ha colto lo svolgersi dell’esistenza quotidiana con tutte le sue sorprese e la sua impassibilità; con gli automobilisti in corsa chiusi nei loro gusci d’acciaio è riuscito ad esprimere l’egocentrismo dell’uomo e la mancanza di rapporti umani; infine con i movimenti dell’ombra tutta e sempre nera della bellissima donna vestita di bianco e carica di diamanti, il poeta ha afferrato l’essenza del vivere dell’uomo sulla terra come un’ombra senza volto, che si muove ed agita, fondamentalmente sempre lo stesso nel suo futile esistere, e destinato a una futile fine. La concezione della vita rimane esistenziale in tutte queste poesie, ma la scelta dei simboli e delle immagini conferisce loro unicità e sincerità.

Un altro tema, quello della sofferenza universale causata dalla cattiveria degli uomini verso ipropri simili costituisce la sostanza delle seguenti poesie: “Assurdità ”, Frammenti VII (Le donne vestite di nero), IX (Ancora nell’aria risuona), XI (il fratello che disse al fratello), XV (Sedute in riva al Giordano).

Alfonsi pone questo tema all’inizio della raccolta con “Assurdità ”, in cui presenta l’irrazionalità dell’inerente crudeltà dell’uomo. La presenza di questa lirica all’aprirsi della silloge sta ad indicare l’importanza che il poeta attribuisce a questo tema, la cui essenza è contenuta nell’immagine del “gemito lungo di generazioni”, e la cui portata nel tempo e nello spazio è determinata dall’evocazione di Roma, della Siberia, di Auschwitz, di Soweto e di Gaza. Questa poesia rivela l’innato senso di giustizia del poeta e la sua inabilità a trovare una spiegazione logica o una giustificazione perii crudele secolare comportamento dell’uomo (la mia mente stordita/ dall’assurdo che è l’uomo). La poesia “Il fratello che disse al fratello” ci ricorda che l’assassinio ebbe inizio con Caino e Abele. “Ancora nell’aria risuona” ci spinge nell’odierna Africa con la rappresentazione de! dolore di una madre swetana che piange sul corpo delfiglio massacrato dall’odio razziale e “Sedute in riva al Giordano”ci riporta nella terra della Bibbia dove, Arabi e Israeliani, benchéfratelli, continuano a scannarsi. Queste liriche, mentre rappresentano un modo di universale dolore fisico che l’uomo continuamente infligge a se stesso, esprimono l’intensa angoscia metafisica de! poeta di fronte ad esso.

III.    Il poeta della città.

Benché soltanto nove poesie appartengono a questa parte, esse possono dividersi in tre categorie ben distinte.

Cinque si rivelano di carattere didattico e presentano la concezione pessimistica che il poeta ha della civiltà in genere e della vita delle

metropoli in particolare: “E io aspetto ”, “I vagabondi”, “Solo allora ” e i Frammenti II (Un giorno), III (A Rio De Janeiro danzano).

Le prime tre contengono una critica molto dura di una società la quale permette che la gente si degradifino alla disumanizzazione, condannata com’è alla morte fisica e spirituale. Esse rivelano l’intensità dell’angoscia esistenziale del poeta di fronte alla sofferenza fisica ed emotiva di migliaia di newyorkesi costretti a una lotta diuturna e troppo spesso vana perla sopravvivenza. In “E io aspetto” Alfonsi ha penetrato la psiche di un genitore costretto a vivere con i suoi figli nello squallore più avvilente di un casamento del South Bronx, e a osservare impotente come essi vengono a poco a poco sopraffatti e dominati dal male e dalla corruzione in mezzo ai quali passano la vita. Le immagini scelte dall’Alfonsi per cogliere lo squallore fìsico dell’ambiente risultano di un realismo quasi brutale (sterminati casamenti cadenti, l’olezzo della sporcizia, mucchi di carte luride, montagne di baratto- . li arrugginiti, bottiglie infrante e taglienti, putidi locali impregnati del fetore d’orina e del fumo di sigarette e cocaina, antri umidi ricoperti di scivoloso muschio verdastro). Le immagini con cui egli rende concreta la turpitudine morale delle persone non appaiono meno brutali (i miei figli affamati e laceri, le ragazze del rione che vendono senza ritegno la loro povera carne, l’ebbro gemito di chi muore di droga). L’acutezza psicologica del poeta che vuol rappresentare la volontà di sopravvivere di queste creature, si nota nell’abile disposizione del refrain “e io aspetto”. Messo all’inizio di ognuna delle prime tre stanze esso sembra presiedere alla realistica presentazione della esistenza subumana vissuta nei casamenti ed esprimere l’innata speranza di cambiamenti che offrono la possibilità di sopravvivenza. La quarta stanza si apre con una forma ridotta (“Aspetto”), a cui fa seguito una descrizione metaforica di ciò che si attende con tanta speranza — un governo meno preoccupato degli scudi spaziali e più sensibile ai bisogni dei cittadini, senza casa e affamati in una città che va rapidamente deteriorando e viene distrutta dalla fame, dal crimine e dalla droga. Questa stanza contiene una critica davvero tagliente della nostra società la quale sperpera miliardi di dollari senza curarsi affatto della popolazione che precipita inesorabilmente nella miseria fisica e morale. Il refrain “aspetto” chiude la poesia, manifestando con tale forma tersa e asciutta la inesorabile perdita di ogni speranza e l’amara realtà dell’esistenza quotidiana.

“I vagabondi”, suggerita dalla vista di migliaia di senzatetto per le strade di Manhattan, attacca apertamente la nostra società, che non si vergogna di far vivere tante persone in condizioni peggiori di quelle degli animali e di permettere che siano, una volta morte, trasportate via come se si trattasse di rifiuti. Mentre il tono di “E io aspetto” è di intensa pena, crescente ira, e innata impotenza, quello di “I vagabondi” è ironico e caustico.

“Solo allora ” è un ’altrapoesia, tematicamente e visivamente ispirata dall’ingiustizia dilagante a New York. L’immagine dominante — quella di New York ingoiata dalla nebbia, da cui emerge solo la punta dell’Empire State Building, e dalla sua baia diventata un solido blocco di ghiaccio, in combinazione con i simboli danteschi di Lucifero piantato nel Codio gelato crea uno sfondo spettrale atto a esprimere in modo efficace la comprensione esistenziale dell’Alfonsi di fronte a una ingiustizia invincibile.

Queste tre liriche, pur dettate da ciò che il poeta vede giornalmente a New York, trascendono l’ambiente ben identificabile grazie all’universalità del tema centrale, cioè le ingiustizie perpetrate contro gli uomini e l’inesorabile perdita di ogni speranza. Sotto il profilo visivo e spirituale esse appaiono di umore tetro e riflettono la sensibilità e la moralità del poeta.

“Un giorno” è una poesia ingannevolmente semplice. Il verso, bello e melodico, avvolge il contenuto tematico in un velo di lirismo. Alfonsi presenta il tema del carattere illusorio della vita di città con un’immagine inerentemente antitetica — quella di una città inondata di luce, le cui case brillano ai bagliori del tramonto e lampeggiano al sole del mattino. Il tema viene sottilmente suggerito dall’immagine dell’uomo bianco dagli occhi azzurri e freddamente lontani, la cui prima azione è stata quella di distruggere la presenza della natura, coprendo di cemento l’aperta savana, per farvi scorazzare di notte mostri chiassosi e ostili. In contrasto Alfonsi presenta la natura non come illusoria, ma serena e idillica (la verde pace dei boschi e delle radure piene di meraviglie) e come l’unica vera realtà (Qui conosci il tuo cammino e il tuo nemico), creando uno stupendo quadro poetico

— non mancano gli animali vivi e giganteggiami —, che ricorda le scene di natura,’innocenti e quasi ingenue, del pittore francese Henri Rousseau, post-impressionista epre-cubista. Eppure la concezione tematica, per quanto inondata di luce, manifesta le tinte cupe dell’idea che Alfonsi ha della civiltà urbana, avvertita come qualcosa di crudele e disumano.

“A Rio De Janeiro danzano” è un’altra poesia, il cui messaggio, fondamentalmente pessimistico, si presenta velato di splendore lirico, essendo ricca di movimento e di colore — il frenetico danzare di fanciulle dagli occhi neri avvolte in veli rosa, attorno a carri policromi con mostri dai ghigni beffardi. Ma l’esuberanza vitale della città di Rio nel periodo del carnevale risulta solo un’illusione che ci abbaglia e per un attimo riesce a nasconderci la cruda realtà — l’urlo della donna assassinata e il pianto del bambino perduto tra la folla. Alfonsi, sovrapponendo la frenetica evasione carnevalesca, la inerente crudeltà della vita e l’indifferenza della divinità di fronte alla condizione umana (il Cristo dal Corcovado), riesce a creare una rappresentazione altamente poetica e nello stesso tempo intrinsicamente realistica.

La seconda categoria di questa parte comprende due poesie, le più lunghe della silloge, veramente straordinarie, “Roma” e “Napoli”, prive d’ogni tonalità cupa, epiche nella portata, positive nella visione e potenti nel messaggio.

“Roma” si rivela una eccezionale lirica in quanto l’intera premessa da cui si evolve risulta, in effetti,fondata sulla stream of consciousness, un ricordare che abbraccia storia, tempo e spazio. La fluidità e la credibilità della premessa derivano dal fatto che in questa lirica chi ricorda non è una persona ma il Loro romano, il quale, antico quanto la storia della città, è l’unico testimone che ha osservato il passato, vede il presente e può spingere lo sguardo nel futuro. La portata epica deriva la sua completezza e maestosità dalla profonda conoscenza che il poeta possiede della storia di Roma e dalla capacità di poterne scorgere le sfumature lungo i secoli. Egli ha trasfuso nella poesia la sua valutazione dei fatti e la sua sensibilità di interpretazione, rappresentando dell’Impero romano sia il dinamismo e la grandiosità (S’ode il passo di marcia/ delle legioni/ che tornano vittoriose/ seguendo i condottieri/ avanzanti su splendidi cocchi/ tra ali di popolo osannante) sia la corruzione morale (l’urlo del popolo pigro e corrotto/ che chiede sempre pane e giuochi/ e s’inebria di sangue), sia la distruzione finale (e Roma e il suo Impero/ ardono nelle fiamme della distruzione/ seguita dalla lunga notte di secoli). Con versi potentemente evocativi Alfonsi descrive l’emergere del Cristianesimo. (Dalle viscere oscure della terra/ ombre salgono timide e preganti) dalle catacombe della Roma pagana (nei cunicoli attoniti ed amici/ delle catacombe/ di San Callisto e di San Sebastiano) alla luce solare dell’odierna Roma papale, e il suo messaggio, diffuso attraverso l’Urbe e il mondo dal festoso squillo delle camapane (Nella luce accecante del meriggio/ scoppiano gli squilli/ di mille campane dai campanili). Le immagini finali che passano davanti al Foro sono quelle della Roma antica rinascente, come fenice, dalle proprie ceneri (Roma, fenice unica nel deserto della storia), fornendo all’umanità le leggi che ne regolano i rapporti, e della Roma moderna personificata dalla bianca figura del Papa benedicente il suo popolo, donando speranza a generazioni di oppressi e sfruttati. Questa l’interpretazione che Alfonsi ci offre del retaggio della Roma antica e della promessa della Roma moderna: soltanto quando l’umanità adotterà questi intramontabili modelli di giustizia e di pietà, ci sarà speranza di sopravvivenza e di futuro per il mondo.

Mentre la poesia “Roma ” risulta dedicata alle qualità intangibili e intrinsiche della città, la poesia “Napoli” risuona come un inno di appassionata ammirazione che Alfonsi innalza alla gente partenopea. La lirica si apre con la presentazione dei due aspetti di Napoli: solare e serena nelle ricche zone del Vomero e di Posillipo, cupa e palpitante di vita nei quartieri della città bassa. È alla gente dei “basci” dell’Arenella che la poesia è dedicata. Alfonsi ha scelto due immagini veramente efficaci per rappresentarne in modo concreto l’esistenza quotidiana: la forza del loro diuturno muoversi per le strade oscure e affollate viene paragonata alle onde del mare (il flusso e riflusso delle maree umane); la continua disumanizzante lotta perla sopravvivenza viene comunicata dal poeta con la similitudine delle formiche sempre freneticamente in corsa ( le persone formiche in movimento… comunicano un senso di sgomento). L’intensità del loro desiderio di vita e del loro bisogno di azione, di evasione e di sogno, è visto come un diretto risultato della mancanza di spazio vitale, della costante consapevolezza della propria mortalità e della futilità delle proprie azioni. È la violenza dei desideri e delle passioni e non il sole del Mediterraneo a rendere Napoli infuocata e pericolosa. È la forza della loro innata intelligenza e la bellezza della loro anima nutrita dal Golfo e vivificata dal Vesuvio a rendere i napoletani capaci di sopravvivere. Per Alfonsi il napoletano è un inno alta vita, dal quale tutti possiamo apprendere qualcosa.

La terza categoria di questa parte comprende soltanto due poesie: “Caserta ” e “Benevento ”, che si distaccano completamente dalle altre in quanto non rivelano né elementi didattici nè complessità tematiche. Nella loro brevità, esse esprimono liricamente le impressioni rimaste nella mente del poeta, dopo una visita a tali città.

Stilisticamente, “Caserta” e “Benevento” appartengono alla quarta parte.

IV. Il poeta dell’armonia lirica.

Le principali liriche che possono raggrupparsi sotto questo titolo sono le seguenti: “Alba”, “Tramonto”, “Tulipani a sera”. “Neve”, “Comunione” e i Frammenti I (La navicella spaziale), Vili (Fior di ginestra), XIV(Ipinguini), XIX (Rosa), XXI(Alta), XXIII(Alto nitrisci e in corsa), XXIV (Improvviso).

Queste poesie, esempi meravigliosi delle capacità liriche di Alfonsi, esistono soltanto per se stesse e in se stesse perché non contengono nessun messaggio negativo e sono completamente prive della cupa concezione esistenziale, che, come abbiamo visto, caratterizza tanta parte della produzione del nostro. Molte nascono dalla contemplazione della bellezza e dell’armonia della natura. Stilisticamente possono essere definite modelli di impressionismo cerebrale: baleni di colore, luce e movimento che fermano sulla pagina immagini durature, scaturite dalle impressioni che il poeta ha sperimentato in un preciso momento [Frammenti XXI (Alta), XXIII (Alto nitrisci), XXIV(Improvviso)]. La magistrale combinazione degli elementi luce/acqua, accentuata da pennellate di colori delicatissimi, rende alcune di queste poesie di una bellezza ossessiva. In “Tramonto” il poeta ha usato la metafora luce/ acqua in tale maniera da rendere concreto l’effimero passare del giorno nella sera. In “Alba” ha colto l’effimero nascere del giorno nel movimento delle acque velate di pastello. In “Neve” ha sovrapposto due colori per creare e visualizzare l’immobilità dell’aria, della terra e del suono in un dato istante. In “Tulipani a sera” il poeta contempla il mistero della natura che, all’alba, fa aprire i tulipani alla ricerca della luce e poi li fa chiudere al crepuscolo, e coglie tale mistero attraverso l’uso di movimento, luce e colore. L’intrinseca armonia tra uomo e natura viene liricamente trattata in “Comunione”e resa visibile molto efficacemente in “Rosa”.in cui Alfonsi passa abilmente dall’ammirazione di una rosa sul mattino al viso della donna amata la quale a sua volta è colta nell’atto di contemplare la rosa.

Stilisticamente e tematicamente Un muro di tenebra richiama alla mente Les Fleurs du Mal di Charles Baudelaire. Ambedue le raccolte si prestano alle stesse divisioni che riflettono la concezione che i due poeti hanno di se stessi, dell’universo, della città e della natura. Tutte e due sillogi fanno perno sull’angoscia metafisica che tormenta i due autori. Completamente assenti dal mondo poetico di Alfonsi sono le immagini sessuali, brutali, sadistiche e spesso crude che si incontrano in Baudelaire, data la differenza del loro modo di vivere. Eppure la “spleen ” di Baudelaire e l’esistenzialismo personale di Alfonsi hanno la stessa intensità emotiva e cerebrale e la stessa inerente veracità. Inoltre, nonostante Tumore nero della loro psiche, entrambi i poeti hanno in comune un’innata ammirazione della natura e dell’intrinseca armonia di tutte le cose. “Corrispondances” di Baudelaire e “Comunione” di Alfonsi rivelano la profondità di questa ammirazione e spiccano nelle rispettive raccolte per visione e musicalità. Comune ai due poeti appare essere anche l’idea dell’evasione personale, sia che si tratti di Baudelaire con la bellissima “Invitation au voyage” o di Alfonsi con la piacevole poesia “Sali sul mio battello ”. Ma è il mirabile uso che Alfonsi fa della sinestesia a facilitarne il paragone stilistico con Baudelaire. Come il poeta francese del XIX secolo, Alfonsi avverte acutamente il rapporto tra tutti i sensi e se ne serve per rendere concreti e visibili pensieri ed emozioni. Molte delle sue più potenti immagini sono di natura sinestetica (un urlo di luce; urlo rosso silente) e quando vengono abbinate all’uso sinestetico del suono per rendere tangibili i suoi sentimenti (soffocato grido; nero gracchiare) creano non poca della bellezza stilistica e della veracità tematica di questa silloge.

SANDRA R. ALFONSI

Fordham University – New York City Ottobre 1988

INTRODUCTION

 

Un Muro di T enebra / A Wall of Darkness is a collection of 61 jewel-like poems, inextricably linked by their hauntingly contemplative, introspective nature and their deceptively simple form. Taken as a whole, they reveal Alfonsi’s existentialism, sensitivity, appreciation of nature, and innate sense of justice. Taken individually, each poem belongs to one of 4 divisions which reflect the poet’s particular vision of life at the moment of creation.

The Poet of the Self

A Shout

Revelation

The Sparrow

Open Wounds

This

Wind

Useless

Saint Anne De Beaupre Fears

My Mother Shadows

Fragments

IV  This evening, my love VI Come into my boat X On the shores of the Hudson XIII Yesterday

XVI      From whence has come

XVII      The bluish smoke was rising

These are the most personal of the poems in this collection and they reveal Alfonsi’s almost obsessive preoccupation with the flight of time and his own mortality. They capture his innermost pain when confronted with the final disappearance of his childhoodfriends (and thereby of his own youth) and the inexorable aging of his mother (inevitably bound to his own). They reflect the depth of his love and longing for the hometown of his childhood and youth in the mountains of Italy. They encompass the essence of his own personal existentialism: his fear of the unknown and of death; his helplessness before the continuous passage of life; his inability to overcome the spiritual solitude imposed upon him by his own existentialism.

The imagery and vocabulary in these poems are perfectly suited to the existential state of the poet’s soul. They have been carefully chosen to make an internal abstract state of mind immediately seizable and comprehensible. Alfonsi has set many of the poems at night and makes much use of the noun ‘night’ and the adjective ‘nocturnal’. The choice of such a vocabulary serves a two-fold purpose. It establishes a frame of reference accessible to every reader. Who has not experienced the fear of the dark, whether under a starless sky or in a lightless room ? A nd who has not experienced the terror of nightmares in a pitch-black bedroom? It also serves to make an abstract, persona! state of soul concrete. “Nocturnal terror” becomes “the night of my soul ”; ‘this long, silent, starless night’ becomes the “The abysmal silence” of his soul. The blackness of the night is transferred to the poet’s soul (my dark being), accompanied by all the fears and terrors associated with it.

In certain poems the image of night combines with that of the sea (“night… that tempestuous sea”) to capture the tumultuous movement in the poet’s soul. And even when there is light superimposed upon the blackness of night (“a hundred by a hundred in the tranquil darkness red torches are raised”), itfails to penetrate the poet’s being. The state of his soul, now visible in the blackness of the night, becomes audible in the poet’s extensive use of two different Italian words for scream (urlo; grido). It is echoed in his choice of the seagull’s sad, painful cry as an accompanying image in several sea/ night poems. Other prevalent, forceful images are those of the trees and wind. They are always combined (“trees shaken by the wind”; “the wind with the shaking of trees and rooftops”) to capture with onomatopoetic force the

existential terror experienced by the poet. The tree/ wind image is nota mannered imagery.

It rises from the depths of Alfonsi’s subconscious. It refects the fact that he was born in the mountains of Italy where as a child he must have heard theforce of the wind in the trees and across the rooftops and often feared its sound while lying awake at night surrounded by eery mountain darkness. It has now become the perfect image with which to express the force of his innermost terrors which leave him helpless at the feet of this wall of existential darkness.

I.     Poet of the Universe

The poems in this division fall into two thematic categories. The following poems touch upon man’s universal existential fate and their vision is spiritually dark.

The Death of the Dog We Are

The Final Voyage Evening Crows Morning

The Lament of the Mannequin

Incommunicability

Unconsciousness

Life

Fragments

IVThis malevolent bit of land XII Michelangelo XVIII The sun dies in the West XX One by one

The themes are basically the same as those found in his personal poems: the brevity of life; the inexorable passage of time; the fragility of man and the perilous nature of his lonelyjourney through life; man’s

fear of the unknown and his condemnation to a life of existential solitude; the futility of all of man’s acts vis-a-vis his ultimate mortality; the fundamental monotony of life. The imagery once again has its roots in AIfonsi’s subconscious and is similar to that used in his personal poems: night (‘endless’); silence (‘the silence of the night’; ‘this abysmal silence of my mind); the wind (‘the nocturnal wind beats); the internal shout (‘my shout); the barren trees (‘we are barren trees; the bareness of these trees’; ‘the barren branches). The ocean provides the poet with three striking images with which he makes man’s universal fate more tangible: ‘dark waters’ stand for the state of man’s soul; ‘the fog of oblivion ‘ becomes man’s ultimate mortality; this fragile vessel. .. without sail or provision without lantern or starlight represents the fragility of man and the ultimate solitude of his journey through life.

Most of these poems are an extension of the poet’s own personal cx- stentialism and their imagery is therefore expected. The originality in this particular group of poems lies in his choice offour unusual symbols with which he concretizes certain of life’s most intangible aspects: the mannequin in “The Lament of the Mannequin”; the matreska in “Life”; men enclosed in small metal shells in “Incommunicability”; and the shadow in “What meaning does this shadow have”. With the mannequin Alfonsi has visualized the plight of every man who finds himself trapped in life, helpless to change, unable to elicit any response from others and therefore condemned to solitude; with the seemingly endless procession of forms which open out of the matreska, he has seized the daily progression of life with all of its surprises and ultimate impassivity; with men encased in the metal shells of their automobiles, he has captured man’s self-centeredness and lack of intercommunication; and with the movements of the faceless black shadow of the beautiful woman dressed in white and laden with diamonds, he has caught the essence of man’s time on earth as a faceless shadow, passing back and forth, ultimately identical in life and destined to the same end. The vision of life remains existential throughout all of these poems but A Ifonsi’s choice of images and symbols creates the uniqueness and sincerity of his approach.

A second theme, that of the universal suffering brought about by man’s own inhumunity towards man, is found in the following poems

Absurdity

Fragments

VII Black-clad women IX The echo of murderous shots XI The brother who said to his brother XV Sitting on the banks of the Jordan

A Ifonsi establishes this theme at the beginning of the collection in the poem “Absurdity”. In it he confronts the absurdity of man’s inherent cruelty towards man. Its presence at the outset of the collection underscores its importance for the poet. The essence of the theme is contained in the image of‘the unending wail of generations’; its scope in time and place is established in his evocation of Rome, Siberia, Auschwitz, Soweto, and Gaza. The poem reflects the poet’s innate sense of justice; its conclusion (my mind bewildered with the absurdity that is man) reveals his inability to find any rationale or justification for this unending inhumanity. The poem “The brother who said to his brother” reminds us that murder began with Cain and A bel; “The echo of murderous shots” carries this to present-day Africa and the pain of a Sowetan mother upon the murder of her child; and “Sitting on the banks of the Jordan ”returns us to the present-day land of the Bible and brother once more pitted against brother in front of helpless mothers. These poems capture a world of universal, physical, self-inflicted suffering and the poet’s intense metaphysical pain when confronted by it.

I.        Poet of the City

There are only nine poems which belong to this group but they fai I into three distinct categories.

 
Five of these poems are didactic in nature and reveal the poet’s pessimistic vision of civilization in general and of life in a large metropolis in specific

And I Wait Vagrants Only Then

Fragments

II.    One day

III.    They are dancing in Rio de Janeiro

The first three contain Alfonsi’s most scathing criticism of a society which allows people to be degraded and dehumanized, condemning them to spiritual and physical death. They reveal the intensity of the poet’s existential pain when faced with the physical and emotional suffering of thousands of New Yorkers trapped in an interminable and often futile struggle for survival. In “And I Wait”, Alfonsi has penetrated the psyche of a parent trapped with his children in a South Bronx tenement, forced to live in absolute squalor with them and to watch them absorbed and overcome by the evil and corruption in which they exist. The images chosen by the poet to capture the physical squalor of the milieu are brutally realistic: endless blocks of crumbling tenements; the stench of filth; piles of dirty boxes; mountains of rusty cans; shattered and sharp bottles; fetid places impregnated with the stink of urine and the smoke of cigarettes and cocaine; damp hovels covered with slippery greenish moss. The images with which he concretizes the moral turpitude of the inhabitants are no less brutal: my children starved and ragged; neighborhood whores who shamelessly sell their poor flesh; the inebriated moans of those who are dying of drugs. The poet’s comprehension of man’s will to survive is captured in his skillful positioning of the haunting refrain “And I wait”. Found at the end of each of the first three stanzas, it follows the realistic presentation of the subhuman life endured in the tenements and embodies the innate hope for change that enables survival. The fourth stanza opens with the shortened “I am waiting” and is followed by a metaphoric definition of what is expected and hoped for — a government which will no longer look only to outer space but rather downward at its citizens homeless and starving in a city which is rapidly deteriorating and being destroyed by hunger, crime and drugs. This stanza is one of Alfonsi’s harshest eriticisms of a society which squanders billions while allowing people to fall into moral and physical decay. The truncated refrain. “I wait” closes the poem, reflecting in this terse form the ultimate loss of all hope and the harsh reality of every day existence.

“Vagrants”, inspired by the sight of thousands of homeless persons on the streets of Manhattan, once again presents a scathing attack on today’s society which allows people to live worse than animals and once dead, to be carted off like discarded refuse. While the tone of “And I Wait” is one of intense pain, rising anger, and innate helplessness, that of “Vagrants” is ironic and acerbic.

“Only Then” is another poem visually and thematically inspired by the injustice rampant in New York. The primary image — that of New York swallowed up by fog, with only the tip of the Empire State Building visible, and its bay a frozen block of ice, combines with Dan- tesque symbols of Lucifer planted in Cocitus to create a phantasmal setting for Alfonsi’s existential comprehension of invincible injustice.

These three poems, while inspired by what the poet has seen daily in New York, transcend their identiflabile locale through the universality of their central theme: the injustices perpetrated upon man and the ultimate loss of all hope. They are visually and spiritually dark and continue to reflect the sensitivity and morality of the poet.

“One Day” is a deceptively simple poem. Its beautiful melodic verse wraps its thematic content in a cloak of lyricism. Alfonsi presents his theme of the illusory nature of city life in an inherently antithetical image — that of a city bathed in light and whose walls shimmer in the sunset and gleam in the morning sun. His theme is subtly suggested in the image of the with man with cold distant azure eyes whose first action is to cover the open savannah with cement, thereby eliminating the presence of nature, and in that of rowdy, hostile monsters who prowl the city at night. Alfonsi presents nature not as illusory but as peaceful and idyllic (the green peace of the forests and glades filled with wonders) and as the only true reality (‘here you know your way and your enemy’). He has created a marvelus poetic nature scene filled with oversized animated animals and reminiscent of the innocent, almost child-like nature paintings of the post-impressionist, pre-Cubic French painter Henri Rousseau. Yet the thematic vision, though bathed in light, is tinged with the darkness of the poet’s vision of a harsh, insensitive urban civilization.

“They are dancing in Rio de Janeiro” is another poem whose basically pessimistic message is cloaked in lyric splendor. The poem is filled with movement and color — the frenetic dancing of dark-eyed girls draped in rose around colorful carts adorned with ferocious-faced monsters. But the exuberance of life captured in the city of Rio at Carneval time is but an illusion which blinds our eyes and momentarily masks the harshness of reality — the scream of a woman being murdered and the cry of a child lost in the crowd. Alfonsi juxtaposes the frenzied escapism of Carneval, the inherent cruelty of life, and the indifference of the God to man’s plight (from above stand guard. ..the Christ of Corcovado j to make a strikingly poetic but intrinsically realistic statement.

The second category in this division is comprised of two extraordinary poems.

Rome

Naples

These are the longest poems in the entire collection. Neither of them has been touched by dark tone intrinsic to the other poems in this division and both are epic in their scope, positive in their vision, and powerful in their message. “Rome” is a remarkable poem since the entire premise from which it evolves is in effect a stream-of-consciousness reminiscence which passes thorough history, time, and space. The fluidity and credibility of the premise come from A Ifonsi’s choice of the Roman Forum rather than ofa person as the visionary in his poem. As old as the history of the city, the Forum alone has witnessed the past unfold into the present and stands ready to accompany it into the future. The epic scope owes its completeness and majesty to the depth of the poet’s knowledge of Roman history and his awareness of its nuances across the centuries. He has imbued the poem with his comprehension of facts and sensitivity of interpretation. He has chronicled the dynamism and majesty of the Roman Empire (‘The marching footsteps of legions can be heard returning victorious following the commanders advancing on splendid chariots, among lines of applauding populace’) as well as its moral decay (‘the shouts of a slothful and corrupt populace demanding bread and games becoming intoxicated on blood’) and its ultimate destruction (‘And Rome and its Empire burn in the flames of destruction followed by the long night of centuries ’). In striking visionary verses, he has portrayed the birth of Christianity (‘From the dark bowels of the earth timid praying shadows rise up), from the catacombs of pagan Rome (‘in the silent pretective passages of the Catacombs of San Callisto and San Sebastiano ) into the sunlight of present-day Papal Rome, its message carried across Rome and the world in the joyous pealing of church bells (‘in the blinding noon-day light the pealing of a thousand bells explodes from the belltowers).

The final images which rises like a phoenix from its ashes (‘Rome… sole phoenix in the desert of history), providing her eternal laws to help mankind govern itself and of modern Rome incorporated in the white-clad figure of a Pope blessing his flock (‘its blessing white figure) and giving hope to generations of downtrodden and oppressed peoples. This then is the poet’s interpretation of the legacy of Ancient Rome and the promise of Modern Rome: only when mankind studies and adopts these timeless models of justice and mercy will there be hope for the survival of the world and the future of mankind.

While the poem “Rome” is dedicated to the city’s intrinsic and intangible qualities, the poem “Naples” is the poet’s loving, admirative hymn to her inhabitants. The poem opens with a brief presentation of both faces of Naples: sunlit and serene in’ the wealthy sections of the Vomero and Posillipo; dark and palpitating with life in the neighborhoods of the lower city. It is to the people of the “basti” ofthe A renella — lower Naples, that this poem is dedicated. Alfonsi has chosen two striking images to concretize the reality of their daily existence: theforce of their continuous movement through dark, crowded streets has been captured in his portrayal of these Neapolitans as the ‘ebb and flow of human tides’; their endless, dehumanizing struggle for survival in his vision of them as ‘human ants in movement… communicating a sense of dismay’. The intensity of their drive for life and of their need for action as well as for evasion and dream is interpreted as a direct result of their lack of physical space and their constant awareness of their own mortality and of the futility of their actions. It is the violence of their desires and passions — and not the Mediterranean sun, which makes Naples red hot and dangerous. It is the force of their native intelligence and the beauty of their soul nurtured by the Gulf and strengthened by Vesuvius which enable them to survive. For Alfonsi the Neapolitan is a hymn to life from whom all of us can learn.

The third category in this division is comprised of only two poems.

Caserta

Benevento

These two poems bear no resemblance to any of the other poems in this division since they are in no way didactic or thematic. They are short, lyric impressions which have remained in the poet’s mind after visits to these cities. Stylistically, “Caserta” and “Benevento” belong to the fourth division which follows.

II.      Poet of Lyric Harmony Dawn Sunset

Tulips at Evening Snow

Communion

Fragments

I. The space ship VIII. Flower of wild broom XIV. The penguins XIX. Rose XXI. High

XXIII.      Reared back you whinny

XXIV.      Unexpected

The poems found in this division are marvelous examples of the poet’s lyric artistry. They exist in themselves and for themselves since they have no negative message to teach and are totally untouched by his darkness and devoid of his existentialism. Most of them spring from his innate appreciation of the beauty and harmony of nature. Stylistically, most of them can best be described as examples of his use of cerebral impressionism: touches of color, movement, and light which create on the page lasting images drawn from the poet’s impressions at a given moment (FragmentsXXI “High’’, XXIII(“Reared back”), XXIV (“Unexpected”). His skillful combination of light and water, enhanced by touches of pastel colors, makes certain of these poems hauntingly beautiful. In “Sunset”, he has used a water/ light metaphor to concretize the ephemeral passage of day into evening. In “Dawn”, he has captured the ephemeral birth of day in the movement of pastel-shaded waters. In “Snow”, he has juxtaposed two colors to create and visualize the immobility of air, earth, and sound at one given moment. In “Tulips at Evening”, he has examined the mystery of nature which opens tulips at dawn in pursuit of light and closes them again at dusk and has captured the mystery through the use of movement, light, and color. The intrinsic harmony shared by man and nature has been visually developed in “Communion” and uniquely visualized in his poem “Rose” where he skillfully passes from the admiration of the face of a rose at dawn to that of the woman whom he loves and who is herself gazing at the rose. It is a striking division ofpoems since for the first time the poet is at peace with himself and the world around him.

Un muro di tenebra/ A Wall of Darkness is thematically and stylistically reminiscent o/Les Fleurs du mal/ The Flowers of Evil by Charles Baudelaire. Both collections may be similarly divided to reflect their poet’s vision of himself, the universe, the city, and nature. Both collections revolve around their poet’s deep metaphysical despair. Alfonsi’s poems are totally devoid of the brutal, sadistic, and often crude sexual imagery found in Baudelaire since there is no similarity in their life styles. Yet Baudelaire’s “Spleen” and Alfonsi’s personal existentialism have the same cerebral and emotional intensity and inherent veracity. And despite the darkness of their psyche, both poets share an innate appreciation of nature and of the intrinsic harmony of all things. Baudelaire’s “Correspondances” and Alfonsi’s “Communion” stand out in their respective collections because of their vision and musicality.

Both poets also share the idea of personal evasion, whether it is Baudelaire in his beautiful “L’Invitation au voyage/ Invitation to a voyage” or Alfonsi in his sweet “Come into my boat”. It is Alfonsi’s magnifìcent use ofsynesthesia which facilitates the stylistic comparison to Baudelaire.

Like the 19th. Century French poet, Alfonsi is deeply imbued with the interrelationship of all the senses and utilizes this to concretize and visualize his thoughts and emotions.

Many of his most striking images are synesthetic by nature (‘a scream of light’; ‘a silent red scream’) and when combined with his synesthetic use of sound to render tangible his feelings (a stifled shout; a black cawing) create much of this collection’s stylistic beauty and thematic veracity.

 

SANDRA ALFONSI

 

Fordham University New York City October 1988

 

 

Comments are closed, but trackbacks and pingbacks are open.