STRANIERO IN SICILIA E STRANIERO IN U.S.A. SICULO O AMERICAN ? di NAT SCAMMACCA

STRANIERO IN SICILIA E STRANIERO IN U.S.A.
SICULO O AMERICAN ? di NAT SCAMMACCA
 
Volevo capire qualcosa di me stesso in relazione alla vita americana. Da anni, stando in Sicilia, avevo rinunziato ad un guadagno decente (al British mi danno due soldi) e spesso me l’ero pigliata con la legge italiana che permette certi soprusi. Perché considerarmi straniero? Io ero tornato dopo tre generazioni alla vecchia terra! Ma, niente da fare, straniero ero e straniero rimango anche se sono trent’anni che sto più di qua che di là dell’Oceano. Durante i mesi che trascorsi in USA, però, mi sentii pure uno straniero. Straniero in Sicilia e straniero in USA. C’è proprio da ridere! Ma in ogni caso uno straniero speciale: da un lato, potevo vedere monti e colline che un giorno avevano attraversato i miei nonni; dall’altro, potevo rivedere le strade di Brooklyn dove avevo giocato negli anni della mia fanciullezza.    Osservando la famiglia di mio fratello mi chiedevo che cosa avevano fatto più di me, lui e sua moglie, per stare economicamente molto, ma molto meglio di me. 
Una casa, la moglie insegnante, due figli, ma il verde dell’erba davanti alla casa di mio fratello era più verde di quello davanti alla mia sulle pendici di Erice, e la spiaggia di Freeport era più pulita e più curata di quella trapanese anche se il mare meno azzurro e parecchio inquinata. Il pesce di Freeport aveva un sapore migliore di quello di Trapani? Nella trattoria all’ita¬liana (del Nautical Mile Freeport) è certo che ci ingozzammo di gamberi, io e Nina, e di aragoste e di ostriche; leccornie, leccornie che mio fratello aveva il piacere di offrirci. A Palermo io ne faccio a meno e faccio a meno pure della cernia, delle triglie e delle viole, e di qualche bistecca; è un bene per la salute. Non c’è dubbio dall’America ha dato a mio fratello molto più di quanto ha dato a me la Sicilia. Ma quali so¬no i valori? Rinunziare al benessere e imparare a fare a meno di tante cose vale quanto possedere la ricchezza? Come scoprire la giusta risposta? Sono più libero desiderando di comprare una cosa che non posso comprare? Sono più libero stando a Trapani? Trapani è proprio lontano da ogni dove. È l’ultima fermata a binario unico. Però, a quanta libertà ha dovuto rinunziare mio fratello per permettersi una bi¬stecca più spessa della mia? Ave¬te mai notato la trasparenza di una bistecca siciliana? «Sottile, molto sottile, prego».
Quante volte mio fratello si è trovato sulle strade di New York andando e venendo dal suo ufficio, parafango a parafango, nel traffico indescrivibile della città, per potersi permettere, dopo, di andare con moglie e figli al ristorante? Chi ha ottenuto più dalla vita, io o lui? Cercavo una risposta, volevo una risposta e per questo mi trovavo in America do¬po aver raddoppiato il fido di banca al venti per cento, ma sono tanto gentili!
Mia cognata mi accusa: «Non è decente guadagnare quella mi¬seria che ti danno. Ognuno si sceglie la sua strada», ripete, «tu hai voluto essere povero, c ora peggio per te. Perché, non ti basta il sole, il cielo e il mare siciliano? Io l’ho visto solo due volte, tu te lo godi da oltre venti anni». Punti di vista. E perciò decisi che l’America questa volta mi avrebbe dato una risposta, la esigevo, ma dovevo chiedere a tutta l’America, non solo a mia cognata e alla città di New York. Viaggiando attraverso quasi tutti gli Stati d’America avrei potuto chiedere all’uomo dalla pelle nera al pellirossa e al messicano che avrei incontrato per la strada, facendo miglia e miglia in corriera, da valle a valle, da contrada a contrada, andando su per le montagne, incontrando underground e overgrounds, fermandomi a mangiare nei locali dei poveri e qualche volta in quelli dei ricchi. Tutto questo per sapere se quello che ho io, ora, e perciò quello che sono, vale tanto quanto quello che ha e perciò è mio fratello, ora. L’America doveva darmi una risposta. Siculo o American? Certamente non Italiano. Pensare che mentre a Buffalo la gente è seppellita dalla neve, in Sicilia tutto è verde e il ticchettio della pioggia è musica sugli alberi e non passi notturni felpati e silenziosi, nevicate che ti chiudono dentro, e le arance sono tante da finire schiacciate, mentre quelle che si salvano dalle ruote del trattore devi comprarle a più di mille lire chilo.
Col proposito di affrontare un viaggio libero da ogni impegno dove fermarmi, e libero nella scelta degli amici che avrei visitato, mi comprai un paio di jeans e un giacca di velluto. Mio fratello non volle che lo andassi a trovare nel suo ufficio così conciato (sono un beat sotto gli abiti di piccolo borghese?) Con una pesante valigia piena più di libri che di vestiario decisi che avrei preso la corriera per San Francisco. Cinque giorni di viaggio. Ah! dimenticavo, avevo un’altra bor¬sa in spalla piena di commestibile, un vasetto di mostarda, del pane scuro e un salame, avrei così fatto a meno di fermarmi a man¬giare nelle caffettiere costosissime delle autostazioni, io con un magro approvvigionamento di lire siciliane (in Sicilia si spacca la lira quando è ora di pagare il lavoro nero). E tuttavia, mi sentivo un esploratore. L’America mi aspettava che io l’avrei affrontata da povero siculo o da poverissimo americano? Il biglietto era costato solo cinquanta dollari, andata e ritorno, eccezionale, eccezionale, visitate l’America nel suo bicentenario! E dire che mio fratello mi consigliava di andare in aereo e fermarmi negli alberghi! Come avrei potuto ricevere la risposta che volevo senza cercarla nella lunga strada fino alla costa del Pacifico? Sarebbe stato l’uomo della strada, ne ero sicuro, a farmi scoprire la verità. Mia moglie non venne con me. Quella sul più bello si ricorda sempre che deve andare a scuola. Il dovere soprattutto! L’avvenire, la sicurezza per la vecchiaia. E che sicurezza, non vi dico, con quello che lei percepirà. E così schiacciata dal peso delle responsabilità se ne tornò in Sicilia.
Prima di chiudermi dentro quel grande palazzo dell’autostazione sulla riva est dell’Hudson che si chiama Port Authorities, consegnai i bagagli al conducente della corriera e me ne andai un po’ in giro. A due isolati, sul lato Nord ovest, mi trovai sulla quarantaduesima strada e pensai di infilarmi in un cinema dove si proiettano films pornografici. Ero solo e libero e finalmente me lo sarei permesso questo svago. Le facce della gente che incontravo sembravano veramente disperate, pareva che da un momento al¬l’altro avrebbero potuto pigliarti per schiacciarti e buttarti sotto il marciapiede, in quel terreno di nessuno tra una trincea e l’altra.
Qui le donne non vanno sole a tutte le ore per New York 1977, ma in verità c’era da aver paura pure per gli uomini. E tutt’a un tratto non mi piacque più essere solo. M’infilai nel primo locale che mi capitò. Sul palco- scenico cinque o sei donne non avevano più niente da scoprire, passavano sulla passerella vicino al pubblico. Erano belle. Qualcuno allungava la mano e la ragazza si tirava indietro e quasi lo beffeggiava, poi faceva un cenno d’invito e di nuovo si ritirava e il povero vecchio in prima fila rimaneva col braccio proteso. Ma se la mano porgeva qualche dollaro, allora la ragazza si avvicinava e si faceva toccare. Ogni tanto giovani e vecchi cambiava no posto per avere una visuale migliore. La ragazza negra era alta e bellissima e guardò la pesante collana che luccicava sulla mia maglia nera con una croce fatta di chiodi di cavallo. Ballava e guardava me, i suoi occhi erano fissi alla collana, sembrava ipnotizzata. Io a mio giudizio non avevo una croce sul petto ma semplicemente una estrosa collana indiana. La bella ragazza negra continuava a fissare la mia collana, continuava a muoversi, a flettersi e io la vidi avvicinarsi sempre più fino a quando fu tutta davanti a me ergendosi sulle sue lunghe gambe e puntando il suo dito con l’unghio rosso fiamma su me disse: «Ti prego, togliti quella croce, così non posso lavorare! Mi tolsi la collana, e la ragazza negra, libera da ogni inibizione, poté allargare le braccia e le gambe davanti a tutti.
Avevo già speso i primi cinque dollari. Un dollaro per arrivare a New York da Freeport e quattro dollari per lo spettacolo porno- grafico.
NAT SCAMMACCA
Print Friendly, PDF & Email

Comments are closed, but trackbacks and pingbacks are open.