Vittorio Riera GRUPPO ’63 E ANTIGRUPPO Prefazione di Nicola Lo Bianco  UN FRAMMENTO DI MEMORIA “RIVOLUZIONARIA” di Nicola lo Bianco

Vittorio Riera

GRUPPO ’63 E ANTIGRUPPO

Prefazione di Nicola Lo Bianco

 UN FRAMMENTO DI MEMORIA “RIVOLUZIONARIA”

 Eravamo tutti, tranne i vecchi marpioni, in preda agli “astratti furori”.

Eravamo tutti o quasi, più o meno, “rivoluzionari”.

Vittorio Riera ci ha voluto fare questo tragicomico scherzetto:un’intervista del 1971, pubblicata su “Trapani Nuova”, nella quale, noi vecchi “compagni” di quegli anni (Riera compreso)siamo chiamati a rispecchiarci.

Un frammento di memoria palermitana in presa diretta, senza lo schermo dell’ “interpretazione del ‘68”, quasi sempre faziosa, fuorviante o fasulla.

Un documento verace, un’immersione in quel clima di insorgenza ideologica, di cieca liquidazione del “vecchio”, di affannosa sperimentazione letteraria per non perdere il passo con le convulsioni del tempo:”passione e ideologia”, per richiamare un altro dei padri della “contestazione” allora non riconosciuti:Pasolini e il già citato Vittorini.

Chi volesse avere un’idea(dico ai giovani) concreta, viva, di che cosa agitasse le menti e la “coscienza”(allora “di classe”) degli intellettuali, potrebbe prendere avvio da questa intervista.

Vittorio Riera, anche lui sornionamente coinvolto, fa emergere i punti cardinali del dibattito allora in corso:quanto e come chi pretendeva di scrivere fosse più o meno vicino al popolo, alle “masse”, quanto più o meno aderente al “movimento” e coerente con i dettami del marxismo.

E già qui, com’è facile intuire, si scatenava la baraonda delle “posizioni” politiche e delle “giuste” interpretazioni, pretendendo ciascuno di avere in testa, lui e il suo gruppo, quella “giusta”.

E così, non era un dibattito, ma uno scontro senza esclusione di colpi, dove, talora, ci usciva anche la scazzottata.

Quasi sempre era contesa verbale, disgusti, mutrie, risentimenti, e invidie “morte comune e delle corti vizio”, dice il Poeta che la sapeva lunga.

In questa intervista che Riera significativamente ha voluto riproporci, i contendenti, a distanza, sono Pietro Terminelli e Salvatore Di Marco, due protagonisti, ciascuno a suo modo è il caso di dire, di quella fervida, feconda, stagione palermitana con echi a livello nazionale.

Due atteggiamenti mentali, due versanti ideologici, due linguaggi, due stili:due modi di intendere la letteratura e la funzione sociale dello scrittore.

Una questione tremendamente seria (almeno per il sottoscritto), ancora aperta, ma, virtù dei tempi, subissata dalla disgregazione morale e intellettuale del privatismo, dell’imperante idiotismo.

Ridotta all’osso, la questione per Terminelli era un “servire il popolo”  con furia iconoclasta(Montale, ad es. , era per lui “anchilosato ripristino…

autore esaurito”);per Di Marco un rapporto articolato con riserva irrinunciabile all’autonomia immaginativa e linguistica.

Per cui Pietro Terminelli risultava un “vero rivoluzionario”, mentre Salvatore Di Marco quasi quasi se la intendeva con la “restaurazione reazionaria”.

Dalla parte del Terminelli, ad es., veementi accuse alla grande editoria “borghese” e a chi vi si accostasse, dalla parte del Di Marco il sarcasmo sull’insipienza e l’ipocrisia dei fogli ciclostilati.

Da una parte il “Gruppo ’63” con l’appendice della “Scuola di Palermo” e la rivista di Sergio Flaccovio “Fasis”, dall’altra l’“Antigruppo” con il foglio di Nat Scammacca “Trapani Nuova” e il poeta a recitare davanti alle fabbriche.

Incontri, dibattiti, assemblee, convegni, ecc., ciascun gruppo procedeva per la sua strada, semmai con ulteriori scissioni, e sempre in nome della imminente “rivoluzione” .

A scorrere l’intervista si ha poi come una specie di cornice culturale, un piccolo campione di autori e referenti letterari che erano, per consenso o dissenso, patrimonio comune:dalla Beat Generation(Kerouac, ad es.) alla neoavanguardia(citato Balestrini), Miller, Kafka, Joyce, oltre a Vittorini e Pasolini, ma anche Moravia, Sciascia, Pavese.

Ci sono anche, si capisce, gli scrittori palermitani qui direttamente coinvolti, che vogliamo espressamente ricordare:Michele Perriera, Gaetano Testa, Roberto Di Marco, Crescenzio Cane.

E ancora, Giuseppe Zagarrio, siciliano a Firenze, che tanta attenzione ha dedicato alla poesia  siciliana del periodo, la cui sintesi si può leggere nel volume “Febbre furore e fiele”, Mursia ’83.

Ma la singolarità dell’intervista, il paradosso che ci fa capire quanto rigido e geloso fosse il proprio punto di vista, e quanto poco disposto ad ascoltare l’altrui, è una sorta di scambio inconsapevole delle parti:il linguaggio usato da Terminelli è un referto dove sono intrinseche le “forme borghesi”da lui poste sotto accusa:intellettualismo,

contorsionismo  espressivo, eccesso parolaio, e distacco dalla realtà.

E viceversa, Di Marco., mentre nega l’impegno dello scrittore asservito all’ideologia, promuove un’idea di libertà socialmente più avanzata e più conforme all’idealità marxista.

Accanto a certezze d’intenti e di prospettive non mancavano, com’è delle cose di questo mondo, corrosive contraddizioni.

Accanto a talenti artistici autentici(mi viene in mente, tra gli altri, il teatro di Franco Scaldati) che emergevano nel vivo dell’incontro/scontro con la realtà, non mancavano zavorre, fraintendimenti, false opere e falsi scrittori, che non hanno retto al discrimine del tempo.

E quanto sarebbe interessante uno studio sul linguaggio “allucinante” dei tanti scrittori che facevano la “rivoluzione” nella loro testa.

Traboccante vitalità, volontà e fiducia nella possibilità di costruire un mondo più umano e più giusto, diffusa creatività più o meno effimera, calato il sipario, non so quanto e che cosa resta di quella scatenata intelligenza.

Certo nei cuori e nelle menti di quelli come me, appartenenti a quella generazione, ha lasciato un’indelebile traccia.E lo dimostra anche Vittorio Riera con la riproposizione di questo documento ormai storico ed esistenziale.

E chissà che non possa essere un sasso nello stagno, un sintomo di ripresa

di un rinnovato “scontro” per riportare alla luce del giorno tutto ciò che è depositato nel buio di questi ultimi decenni.

Ma ora la parola passa ai giovani che, spero, in tanti leggeranno questo libello, con l’avvertenza delle parole del “vecchio” Sciascia:”Per essere rivoluzionari oggi, occorre essere un po’ conservatori”.

NICOLA LO BIANCO

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