Da: Annali di Ca’ Foscari Serie Occidentale – Professor Alessandro Clericuzio, docente di Lingua e Letteratura Angloamericana all’Università di Perugia,

Professor Alessandro Clericuzio, docente di Lingua e Letteratura Angloamericana all’Università di Perugia, che ha recentemente pubblicato un articolo dal titolo “La poesia Beat in Italia, uno studio translocal” sulla rivista Annali di Ca’ Foscari numero 52, nel quale inserisce Scammacca nell’universo letterario e culturale Beat, definendolo il più trascurato degli autori italoamericani da parte della critica accademica e proponendone una lettura più ravvicinata. Il docente ha anche scritto che Scammacca ebbe un ruolo decisivo in una dinamica di flussi poetici e intellettuali transatlantici sotto l’egida della Beat Generation, dagli anni Sessanta fino alla sua scomparsa.

Estratto da: Annali di Ca’ Foscari Serie Occidentale
Rivista diretta da Alessandra Giorgi,Stefania Sbarra, 
Michela Vanon Alliata

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p style=”text-align: justify;”>3.1.1 Un Beat dimenticato?
Il rizoma Beat più significativo in Italia potrebbe essere un poeta italoamericano poco frequentato dalla critica accademica, Nat Scammacca. Pochi
anni dopo la formazione del movimento di poesia sperimentale Gruppo
63, avvenuta in un albergo di Palermo nell’ottobre del 1963, fu fondato,
sempre in Sicilia, il cosiddetto Antigruppo. Nato per volere di Scammacca
in polemica con il precedente, il gruppo ha ricevuto attenzione quasi unicamente come fenomeno locale. Ma nella prospettiva giocai Scammacca e
l’Antigruppo assumono un ruolo più determinante, prestandosi all’analisi
di attività poetiche direttamente connesse alla poesia Beat in un contesto
che annulla le frontiere nazionali. Ciò è possibile sia perché Scammacca
è stato definito un poeta Beat,14 sia perché egli stesso e altri membri del gruppo stabilirono un dialogo – solo in parte virtuale – con Lawrence Ferlinghetti su tematiche e stili della poesia Beat.
Nato a Brooklyn nel 1924, quaranta anni più tardi Scammacca si trasferì
in Sicilia, dove ha passato il resto della sua vita scrivendo poesie, auto-
biografie e prose varie, e operando come traduttore di poesia dall’inglese
all’italiano e dal siciliano all’inglese. Amico di Ferlinghetti, ne ha tradotto
e raccolto alcune poesie in un volume che ha intitolato Poesie politiche.
Nell’introduzione ha dichiarato:
mentre Ferlinghetti propone il populismo in California, io faccio altrettanto qui in Sicilia. […] Il populismo è l’underground dell’uomo comune
e di questo uomo comune, dei giovani, dei poveri, degli operai degli Stati
Uniti è il linguaggio di cui si serve Lawrence Ferlinghetti, così come del
contadino, dello studente, del manovale siciliano è il linguaggio con cui
si esprime l’Antigruppo. (1977, 8)
Ferlinghetti viene spesso citato nelle attività dell’Antigruppo, il cui mani-
festo appare direttamente ispirato all’estetica Beat: i termini ricorrenti,
infatti, sono una «poetica libertaria», una «arte nuova», «spontanea», «fatta dal popolo», «arte come esperienza» e l’artista come «rivoluzionario»,
accompagnati da una forte impronta anti egemonica e da una particolare
attenzione all’aspetto orale della poesia (Bonanno 1975, 88-9). Nelle parole
di Scammacca, si trattava di «a group against groups, against the fascisti,
the mafia, the privileged establishment which […] collaborates to suppress
the common man and his essential creative force» (1985, 93). Secondo
una pratica di condivisione pubblica della poesia, che venne immediata-
mente percepita come una delle caratteristiche principali della lirica Beat
(cf. Amoruso 1969, 143), l’Antigruppo si dedicò ad attività di letture pubbliche. I suoi membri viaggiarono ripetutamente nell’entroterra siciliano,
fino a toccare lontani villaggi di contadini o di pescatori e baraccopoli di
terremotati (Val Belice e isola di Ustica, tra le altre mete), diffondendo la
poesia e le arti visive. Nel 1973 il gruppo pubblicò una voluminosa antologia
delle proprie poesie, prose e manifesti, tra cui una sorta di dichiarazione
di intenti sotto forma di lettera indirizzata al proprietario della City Lights.
Caro Lawrence Ferlinghetti, […] bisogna approntare un libro degli Anti-
gruppo in Sicily, con agganci in Italy e in Usa, che faccia conoscere ai
contemporanei e tramandi ai posteri, almeno per mille anni, quanto noi
abbiamo operato per lo smantellamento delle baronìe culturali – di destra e
di sinistra – nell’isola! La Sicilia – e tu lo sai, Lawrence – è la terra benedetta
da Allah e maledetta da Gianni Agnelli. Il quale, da queste parti, rappresenta l’equivalente del vostro Henry Ford. […] Sicily Italy Usa. Un itinerario
 quanto mai suggestivo, provocatorio, alludente, mafia and suono dell’acid rock, il City wide Women’s Liberation e il Gay Liberation
Front. L’Underground e il Movement… Ma l’Antigruppo siculo – credimi, 
Lawrence – non è niente di tutto ciò. La nostra contro-cultura, il nostro dissenso, accompagnato ora dall’entusiasmo prorompente, ora da una sickness
 profonda e indefinibile, sconoscono punte estreme di violenza, l’omicidio
e il suicidio, persino le forme clamorose della pubblicità. Della pubblicità
all’americana, per intenderci; anche se a un recente «Palermo Pop 1971»
Ignazio Apolloni e Vira Fabra insieme a Nat Scammacca si aggiravano per
i vicoli della capitale maomettana indossando camicie variopinte sulle quali
erano state vistosamente trascritte poesie di fuoco contro l’establishment.
Nell’isola poi siamo decisamente eterosessuali. Da noi il gallismo – non
certamente quello volgarizzato da un Vitaliano Brancati – ha salde radici memoriali nell’antica istituzione dell’harem. (Cali, Di Maria 1972, XXII, XXVIII)
Questa lunga citazione è motivata dalla quantità di riflessioni che suggerisce: come prima cosa rivela un forte e ribadito desiderio di confronto con
la Beat Generation e con la cultura statunitense in generale, sebbene con
tentativi di distinzione – e un’alternanza, specialmente per Scammacca,
nell’uso dell’inglese e dell’italiano. Un confronto, quindi, volto a ribadire 
una condizione simile, ma una reazione sui generis. In seconda istanza, il
brano denota una prossimità con la cultura araba che, seppur presentata in chiave esagerata, parlerebbe, paradossalmente, alle più irrazionali
paure dell’italiano di oggi. Da ultimo, trapela da queste dichiarazioni un
sessismo al tempo stesso ingenuo e sentito come fortemente identitario. 
Esso, infatti, informa espressamente gli scritti in cui Scammacca definisce
le basi dell’estetica dell’Antigruppo e il loro concetto della figura del poeta, al quale sarebbe permesso scrivere versi lunghi solo se è «fisicamente
for

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p style=”text-align: justify;”>te» come Allen Ginsberg, mentre se «è delicato e femmineo, il suo verso
sarà più semplice e meno cumulativo». In un’impennata di maschilismo,
Scammacca termina queste osservazioni affermando che le donne, «anche
se hanno lingue lunghe, avranno sempre versi corti» (1970, 45).
Scrittore prolifico, Scammacca fu sicuramente il più notevole tra gli artisti
dell’Antigruppo, e se c’è un’influenza Beat sulla sua pratica poetica oltre che
sulle sue teorizzazioni, questa può essere rinvenuta nella sua prima raccolta.
In a Lonely Room, nella quale topoi Beat come il sotterraneo, la strada, il
carcere, le accuse al consumismo e il disagio psichico sono ricorrenti, per
esempio nel lungo componimento «Complaints of the Petit Burgeois
(1966,50-64). Sul versante teorico, scrisse ripetutamente in opposizione al Gruppo 63, di cui criticava la lingua, l’estetica e l’ideologia (cf. Mazzucchelli 2015) provincia di Trapani, dove gli facevano visita intellettuali, persone comuni e amici poeti, e dove ospitò per vari mesi Jack Hirschman, che avrebbe tradotto in inglese le poesie di un membro dell’Antigruppo, Santo Cali. Nelle sue stesse parole, Scammacca ha dichiarato di essere stato responsible for generating a remarkable series of populist poetry events and publishing milestones, expressions of the literary-artistic magnificence that survives and is nurtured in the three-pointed isle over which
the Scirocco alone has maintained continuous sway. (1985, 93)

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